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28 agosto 2016

Flexhouse

Flexhouse: la flessibilità nella residenza

Ragionare intorno alla flessibilità prende l’avvio dalle rapide e continue mutazioni in cui vivono le società contemporanee e dalle condizioni di costante  emergenza che stanno mano a mano sostituendo il normale evolversi, in successioni temporali ampie, delle fasi della vita sociale,  economica, culturale, di sviluppo e di crescita di una comunità. Tempi invece accelerati in cui ogni aspetto della vita si è opportunamente aggettivato con il termine flessibile: lavoro flessibile, economia flessibile, produzione flessibile, ricerca flessibile, mobilità flessibile, mercato flessibile, orario flessibile, prezzi flessibili, alloggi flessibili, insomma una concezione flessibile del mondo. L’etimo flessibile, dal latino flexibilis, derivato da flectere significa: che può flettersi, che si piega facilmente; che può variare, modificarsi, adattarsi a condizioni diverse quindi, la flessibilità è la proprietà o la caratteristica di essere flessibile, la facilità a piegarsi e , in senso figurato,  a variare a modificarsi, ad adattarsi a situazioni o condizioni diverse, indica la mutabilità[1].

Una   definizione  interessante del termine flessibile è quella legata al mondo e alla cultura giapponese. L’espressione Ju-jutsu, da cui deriva il termine Judo, era in uso già tre o quattrocento anni fa, indica un’antica arte marziale praticata senza armi anche contro avversari armati. Il Ju-jutsu, che letteralmente vuol dire pratica della flessibilità, era specificato dal motto, “ La flessibilità vince la brutalità”. Il prof. Jigoro Kano, nel 1882,  scelse per il suo metodo educativo il nome JUDO dove il termine JU significa cedevole, flessibile, mentre con DO –  via – si vuole sottolineare solo il mezzo per il raggiungimento di uno scopo e non il fine stesso, che potrebbe essere perseguito anche attraverso altre strade. Il concetto di flessibilità e cedevolezza e quindi, di adattabilità, è tipico della filosofia orientale e interpreta il significato dell’aforisma “il miglior impiego delle energie fisiche e mentali”. Il principio della flessibilità, nel Judo, viene  così spiegato: di fronte ad un avversario, si vince cedendo, cioè non opponendo resistenza alla sua forza, bensì adattandovisi, ed acquistando un vantaggio per poi utilizzarlo a proprio profitto.  Se un uomo forte mi spinge con tutta la sua energia, se non farò altro che oppormi a lui, sarò battuto, ma se invece di resistere spingendo, io indietreggio più di quanto mi spinge, o se giro nella direzione della spinta, egli sarà proteso in avanti dal suo stesso slancio, e perderà l’equilibrio [2].

La flessibilità nella residenza è il tentativo di resistere agli schematismi e rigidità con cui spesso è stata affrontata la progettazione di edifici per alloggi; la causa molto spesso si deve ad un mercato sordo e sbrigativo, attento solo all’adeguamento dei prezzi e quasi mai alle mutate condizioni sociali, alle molteplici richieste che vengono da una società che sta differenziando i propri stili di vita. Pur nell’ambito di una competizione che prevede un vincitore e un vinto, il reciproco rispetto come nello Judo, può essere praticato in ogni tentativo di imprimere ad altri o ad altro una personale idea e a maggior ragione quando l’dea si sostanzia come valore. L’architetto che cerca di comunicare valori progettando case, ha un compito che oggi appare maggiormente complesso che nel passato perché maggiormente complesso è definire l’utente del suo prodotto.

Il nucleo familiare classico, una madre, un padre, almeno due figli e forse dei nonni, parametro di base delle normative progettuali per tipologie residenziali, se non si è dissolto si è almeno ridotto e soprattutto non sono più omogenei i modi e i tempi di utilizzazione dello spazio della casa. Molti altri sono oggi i soggetti  che devono essere contemplati come  utenti del fondamentale bene casa e il tema della flessibilità inviluppa la complessità legata alla molteplicità delle figure reali o virtuali che dobbiamo immaginare muoversi nello spazio di un alloggio. L’impianto abitativo ha quindi subito nel tempo varie trasformazioni, oggi ancora più sostanziali ma a differenza di altri tipi edilizi, permangono nella struttura della casa, alcuni concetti strutturanti l’organismo e la flessibilità è di fatto quello che ha attraversato le trasformazioni più emblematiche.

 

La struttura spaziale, il modo di abitare e i sistemi costruttivi sono tre parametri attraverso i quali è di seguito indagato il tema della flessibilità nella residenza più o meno recente. Tre modalità in cui il concetto di flessibilità assume un valore attivo nella conformazione dello spazio residenziale in cui si cerca di focalizzare il sistema di relazioni tra l’abitante e la casa.

Il primo dei tre analizza lo spazio determinato dagli ambiti e dalle loro relazioni indeterminate piuttosto che dalla sommatoria di ambienti per usi specializzati. Il secondo indaga la flessibilità nella relazione fra l’uso dello spazio domestico e il sistema rituale degli utenti. Il terzo lega la tecnica costruttiva alla variabilità aggregativa finalizzata alla massima differenziazione dell’offerta.

Struttura Spaziale: Lo spazio semideterminato rappresenta il concetto di flessibilità

“…L’intero complesso, da qualsiasi parte lo si osservasse, obbediva in maniera assolutamente flessibile in tutte le sue parti allo scopo che ciascuna delle parti, così come l’insieme, era destinata a soddisfare; scopo che poteva essere inerente alle normali funzioni quotidiane o a una rappresentatività decorosa o anche a una spiritualità elevata e filosofica. E desta grande meraviglia il fatto che questi tre obiettivi fossero così connessi in una sola unità da rendere invisibile il confine tra essi…”[3]. Così B.Taut, nel 1935, racconta le meraviglie suscitate dalla visita della villa imperiale di Katsura, architettura del mondo, consolidando quel “ponte” culturale fra Occidente ed Oriente, ormai tracciato già nei primi anni del XX° secolo da F.LL. Wright (1905) e R.Mallet-Stevens (1911). Tale “passaggio” ci sembra doveroso rispetto alle riflessioni sul concetto di flessibilità inteso come elemento conformante una struttura spaziale o, come direbbe oggi R.Koolhaas, atto che concepisce il progetto come una strategia attraverso il paradigma della flessibilità.

Effettivamente, ed in particolar modo rispetto alle ricerche sulla residenza contemporanea ed alle loro applicazioni, assistiamo ormai ad una lenta sedimentazione dei principi legati allo scintoismo (che abbracciano un panorama culturale “rilassato” sui modelli strutturali orientali, e quindi archi-relazionali, che vanno dal feng shui al new minimal) da parte degli architetti occidentali che, almeno dal punto di vista formale-distributivo, sono sensibili ai “suggerimenti” rintracciabili nella tradizione della casa giapponese, anche in funzione dell’adeguamento di  una risposta progettuale alle mutevoli esigenze di una committenza che è in continua trasformazione.

Nel 1999 al MoMA di New York viene celebrata, attraverso la mostra The Un-Private House, la presa di coscienza di una nuova dimensione concettuale della residenza contemporanea. Gli architetti Scogin/Elam, coinvolti nella partecipazione all’evento, sintetizzano con una frase la proiezione della sperimentazione architettonica:”non vi sono più stanze, ma solo situazioni.” E’ la conclusione di un percorso. L’inizio di una nuova coscienza collettiva.

La cultura Occidentale in gran parte fonda il proprio pensiero sulla concezione meccanicistica del mondo; la parcellizzazione degli ambienti, attraverso la definizione delle diverse stanze della casa – sala da pranzo, camera da letto, salone, studio etc.- che hanno funzioni determinate rappresenta, parafrasando un’espressione di Mies, l’immagine della società concepita spazialmente. La stanza è caratterizzata da mobili ed utensili specifici per la funzione assegnata che le è assegnata. In mancanza dell’abitante, questi si impadroniscono dello spazio. La stessa presenza umana ne è a volte limitata e deve cedere parte del suo protagonismo a questo mondo di oggetti (fino a concepire situazioni estreme, in cui la residenza raggiunge la massima sublimazione proprio in ragione dell’assenza dell’uomo).

Lo spazio interno della casa tradizionale giapponese, invece, è una cornice neutra che non viene attivata se non dalla presenza personale. Il mobilio propriamente detto è molto scarso, il resto degli utensili è riposto negli armadi, il fouton è un “letto” che viene steso sul tatami all’occorrenza. La gerarchia delle stanze non risponde più a criteri dimensionali e funzionali ma di situazione. La loro dimensione, così come la collocazione in un luogo, è totalmente variabile. I pannelli mobili interni permettono di unire varie stanze contigue. Le porte scorrevoli permettono di prolungare visivamente l’ambiente all’esterno. Superficie, luce ed aperture sono perfettamente controllabili, adattandosi alla volontà ed alle necessità del residente[4]. In questo modo l’architettura tradizionale giapponese ha saputo permeare gli interni domestici con la sensibilità del non compiuto.

Si focalizzano allora nuovi aspetti, valori espressi anche da R.Arnheim, per il quale lo spazio nasce come relazione tra gli oggetti, che introduce ai meccanismi di relazione topologica come possibile chiave della flessibilità in architettura “…sono i reciproci influssi delle cose materiali a determinare lo spazio fra di loro…dal momento che abbiamo a che fare con l’esperienza psicologica dello spazio, molto dipende dal modo in cui l’osservatore concepisce, e quindi struttura, la situazione…” [5]. Lo spazio della casa si trasforma, allora, da una sequenza di scatole chiuse ad un insieme di interrelazioni flessibili alle diverse esigenze. Focalizzando le caratteristiche di una nuova utenza  si concepisce allora un nuovo programma dell’abitare che costituisce un sistema di organizzazione spaziale intesa come involucro di movimenti, atti e pensieri [6].  Lo spazio topologico, infatti, è lo spazio dell’intuizione, organizzato secondo una logica originaria, primitiva. Attraverso lo spazio topologico non si privilegia l’architettura ma la sua percezione da parte dell’osservatore. Con il punto di vista topologico la forma viene considerata non come misura o proporzione, ma come struttura, cioè come sistema di relazioni fra gli elementi che diventano più importanti degli elementi stessi [7]. Lo spazio viene generato allora attraverso una sorta di logica posizionale degli elementi, cioè attraverso la disposizione che genera le relazioni spaziali – intorno a, vicino a, sopra a, dentro a. Il valore formale viene sostituito dal valore spaziale della configurazione.

Tutto questo ci conduce inevitabilmente a considerare la ricerca di Mies van der Rohe, autore di raffinati ragionamenti intorno al tema della flessibilità della casa, ed anello di congiunzione verso la sintesi espressa dalla poetica nipponica, come riferimento principale della modernità. La scarsa preoccupazione per il programma funzionale-deterministico dei suoi edifici in favore della risoluzione degli aspetti fisici degli stessi si palesa nelle sue stesse affermazioni. Negli anni venti scriveva ad H.Häring: “Fai degli spazi abbastanza grandi, vecchio mio, in modo da potercisi muovere dentro liberamente, e non in una sola direzione predeterminata! Oppure sei sicuro del modo in cui questi spazi saranno usati ? Noi non sappiamo affatto se la gente li userà nel modo in cui ci aspettiamo da loro. Le funzioni non sono né così chiare né così costanti; esse cambiano più rapidamente dell’edificio” [8].

Quando Mies van der Rohe lavora nella massima astrazione sulla residenza, con un gesto estremo rinuncia a pensare in termini di famiglia. Non a caso Abalos, nel suo libro La Buena Vida, analizzando la casa a tre patii, visualizza l’architetto-misogino come l’unico referente possibile di questo tipo di casa. Non esiste uno spazio chiuso che possiamo denominare camera da letto. Le case si organizzano come un contesto continuo di ambiti e localizza i suoi oggetti e mobili in modo tale che, per il grado di isolamento ottenuto mediante ambiti, è facile determinare la “privacy” di ciascuna zona ed il suo prevedibile uso. La casa dello scapolo è un luogo paradigmatico in cui sviluppare un’abitazione organizzata topologicamente, basata nella continuità e nella connessione, contro una strategia geometrica basata sullo schema delle divisioni, sulla frammentazione e segregazione. Lo spazio continuo è così parte del “sistema” e conseguenza di una esplorazione senza precedenti [9].

L’indeterminatezza relazionale viene intesa qui come paradigma conformante lo spazio e le sue modalità di fruizione. Determinazione di ambiti come identità delle possibili attività piuttosto che di stanze monofunzionali, assenza di una volontà deterministica, nel dualismo forma-funzione, che costituisce la base di una flessibilità interna, anche di tipo percettivo; lo spazio viene esperito come contenitore polivalente e mutevole. Si prefigura uno spazio per abitare dinamico, peraltro oggi tanto di moda attraverso la poetica dei “flussi”, che lascia sempre un margine di adattabilità alle specifiche esigenze dell’utente.

Su questi principi R.Koolhaas sviluppa il proprio campo di ricerca, raccogliendo l’eredità della flessibilità domestica di Mies van der Rohe attraverso una sorta di continuità temporale con gli archetipi dell’architetto tedesco. E’ condivisa la necessità di mantenere un certo livello di non-determinazione all’interno del processo progettuale, così da poter operare tramite l’integrazione piuttosto che con l’esclusione. Viene elaborata la nozione di programma che, a differenza di funzione,  risulta più ampia, inclusiva e decisamente eterogenea: comprende le funzioni e quelle condizioni entro le quali una vicenda edificatoria trova attuazione (risorse, norme, procedure, contesto etc…) [10].

Anche nella residenza R.Koolhaas propone una direzione ai principi organizzativi degli spazi “…forse la domanda che meglio esprime la differenza tra G.Rietveld e Mies è la seguente: esiste un tipo di libertà che blocca e, all’opposto, una fissità che libera? La prima sarebbe Rietveld, la seconda Mies…”[11]. L’indeterminatezza programmatica, allora, autorizza ogni tipo di mutazione, modifica o sostituzione, senza inficiare l’ipotesi di partenza; vengono assunti come valore alcuni concetti, cari anche alla tradizione giapponese, come l’instabilità e la neutralità, in modo da trasferire al meglio tutte le opportunità legate alla flessibilità.

Già nelle due case a Rotterdam, si colgono le prime indicazioni, considerando anche l’isolamento culturale in cui l’architetto olandese opera – siamo nel 1987 – rispetto alla contemporanea diffusione pandemica del fenomeno decostruttivista. Attraverso la presenza di un patio collocato nello spessore più critico dell’alloggio si articolano gli spazi abitativi secondo una logica centripeta, in cui il movimento dei pannelli scorrevoli, che definiscono le “parti” della casa, partecipa alla dinamica dei flussi della luce naturale oltre che ai valori distributivi.  L’introduzione di un vuoto nel cuore della casa, decentrato rispetto ai rapporti geometrici secondo le migliori interpretazioni topologiche, favorisce l’esplorazione per nuove condizioni abitative. Nascono interessanti opportunità di relazione tra gli ambienti della residenza, che esplora le potenzialità della cucina passante insieme alla pavimentazione vitrea del patio come fonte di illuminazione del piano inferiore, ma anche raffinato sistema di riflessi con la parete di metallo che ne definisce uno dei lati. E’ il vuoto l’elemento chiave della flessibilità.“…Fissare, nominare, gonfiare, non essere capaci di lasciare vuoto, o non volerlo…”[12] con queste parole l’architetto olandese dichiara la sua critica alla modernità. La casa assume la destabilizzazione come strategia della mutevolezza. Si ricerca un metodo, un processo progettuale, che coniughi l’indeterminatezza programmatica con la specificità architettonica.

Nella residenza a Floirac (Bordeaux) forse assistiamo al manifesto più rappresentativo di tali concepts: la flessibilità è il paradigma di questa casa.

La particolare vicenda personale della committenza, dove a causa di un grave incidente (proprio nel corso della definizione del progetto) il marito viene costretto a vivere su una sedia a ruote, offre l’opportunità per esplorare i limiti della dimensione spaziale della residenza e dello specifico rituale domestico ad essa connesso. “Questa casa – affermerà il committente – è stata la mia liberazione”.

Le implicazioni dovute alla mobilità e fruibilità dell’alloggio, accessibile in modo da rendere perfettamente autonomo anche un utente così limitato nei movimenti, stabiliscono le strategie connesse al concetto di flessibilità attraverso un’interpretazione poetica delle necessità. “La questione non è cosa fare per far star meglio un’invalido. E’ piuttosto come negare la disabilità”. Con tale dichiarazione R.Koolhaas raccoglie la sintesi del programma abitativo di questa residenza.

L’adozione di un piano-mobile come fulcro delle diverse attività della casa, per mezzo di una piattaforma elevatrice che collega i tre livelli, supera il concetto riduzionistico di collegamento verticale. Non è, infatti, un semplice elevatore ma è un’ambito che si muove. Non è, però, un semplice piano-ambito che si muove ma è uno spazio che si modifica. Non è, allora, un semplice spazio che si modifica ma è un sistema di relazioni che ridefinisce, di volta in volta, i rapporti fra le cose.

E’ l’accettazione della flessibilità come elemento caratterizzante uno spazio semideterminato, definito nella sua conformazione ma dinamico nella fruizione, assumendo come valore intrinseco della progettazione quello della quarta dimensione, perché a seconda delle situazioni, si strutturano le varie interazioni  fra utente e spazio domestico. Si delinea, in questo modo, uno strumento di libertà spaziale che assume un valore assoluto e, per effetto di un moltiplicatore percettivo il cui movimento cambia ogni volta l’architettura della casa, disponibile alle diverse combinazioni.

Il tributo alla struttura completamente flessibile a piani mobili del Beaubourg è esplicito. Anche la valorizzazione dell’ascensore come “elemento attivo” della progettazione, che si traduce in fattore potenziale del grattacielo nella sua definizione tipologica, come sottolineato in Delirious New York, e nella casa unifamiliare, attinge concettualmente alle macchine mobili  delle città mutevoli in cui erano ipotizzate le abitazioni ultraflessibili (dal sistema costruttivo alle dinamiche relazionali) degli Archigram.

Tutto questo è raccolto, sedimentato e metabolizzato nella casa di Floirac. Altri elementi della casa, infatti, confermano una percezione così dinamica degli spazi: dai binari elettrificati lungo i quali sono appesi i quadri che, così, possono essere trasportati anche sulla terrazza ed apprezzati en plein air al pannello di vetro motorizzato (lungo oltre otto metri e disposto sul lato nord) che scorre completamente in modo da non costituire soluzione di continuità fra interno ed esterno. Si prosegue, quindi, nella direzione tracciata da Mies in cui lo sforzo progettuale della casa si concentra  nella realizzazione di spazi isotropi e aperti nei quali il corpo, libero da ogni costrizione, e cioè non ostacolato da muri, tramezzi o impedimenti di sorta, avrebbe potuto liberamente muoversi[13]. La scatola intermedia di vetro che identifica lo spazio del soggiorno, contrapposta agli altri due livelli di percezione più materica, è aperta al paesaggio circostante attraverso un processo di smaterializzazione degli elementi costruttivi che, per mezzo della trasparenza, raccontano (in chiave topologica) la flessibilità.

In Silenziose Avanguardie Prestinenza Puglisi focalizza questi concetti. Introduce gli argomenti della contemporaneità attraverso una lettura dei fenomeni archi-sociali, in cui la quarta dimensione (ormai assimilata dall’immaginario collettivo occidentale anche attraverso l’eredità cubista) apre la strada alla quinta dimensione (il cyberspazio virtuale) che della flessibilità ne fa quasi un valore dogmatico.“…Lo spazio non è più un contenitore delimitato da muri, ma diventa il teatro di interrelazioni fra l’uomo e l’ambiente: insomma, un insieme vibrante e mutevole in funzione delle esigenze di chi coabita…gli edifici diventano simili ad un complesso sistema nervoso; entità sensibili con le quali interagire; oggetti che si adattano al nostro modo di vivere lo spazio, che si trasforma in una nostra seconda pelle. La tendenza alla smaterializzazione è la conseguenza di questa impostazione: i muri, da elementi stabiliti, immobili, sordi a qualsiasi stimolo, diventano membrane. Perdono peso, guadagnano in leggerezza, acquistano, esattamente come un sistema nervoso, intelligenza. E, grazie al loro complesso apparato di sensori, si proiettano verso la natura e il contesto circostante di cui, finalmente, riescono a captare creativamente le luci, i suoni, gli odori. L’edificio, in altre parole, diventa parte integrante del sistema naturale con il quale può interrelazionarsi. Cessa la distinzione fra architettura e natura, fra città e campagna. L’ecologia diventa una disciplina propositiva di nuovi equilibri, in cui artificiale e naturale coesistono, si confondono l’uno con l’altro in un blurring…” [14].

Assistiamo al passaggio verso una nuova dimensione culturale della contemporaneità in cui la transitorietà e la flessibilità sono aspetti significativi e coscienti.

John M. Johansen trasferisce nelle sue ricerche proprio la nuova visione del mondo secondo una proiezione olistica ed ecologica, in cui il nostro concetto di realtà si è spostato da un interesse per gli oggetti ad un interesse per le relazioni. “Il mondo appare come un complicato tessuto di eventi, in cui le connessioni di vari tipi si alternano, si sovrappongono o si combinano determinando così la trama dell’intero”. Con questa frase del fisico W.Heisenberg è possibile, allora, capire lo spirito di indagine che ha condotto Johansen verso l’ideazione della capsula metamorfica. Probabilmente assistiamo alla massima estremizzazione del concetto di flessibilità. Il punto limite oltre il quale è necessario ridefinire i parametri della nostra analisi.

Viene proposta una costruzione in cui forma e spazio possono essere manipolati e modificati tramite onde elettromagnetiche, trasmesse attraverso una griglia spaziale che contiene una membrana-involucro pressurizzata internamente dall’aria.

L’utente, connesso al sistema attraverso dei sensori, viene invitato ad interagire con lo spazio a suo piacimento. Le condizioni psichiche vengono  utilizzate per innescare effetti di modificazione di forma, spazio, luce e suoni. La struttura, così delineata, diventa costantemente flessibile a tutte le configurazioni psico-fisiche a cui viene sollecitata e costituisce una sorta di simbiosi con il suo utente-ospite. I riferimenti alla bioarchitettura sono manifesti in Johansen ed in questo caso limite gli effetti sono evidenti, ma resta altrettanto palese che anche secondo questa nuova direzione ipertecnologica (e futuristica) è la struttura spaziale a definire il concetto di flessibilità attraverso la sua semideterminazione.

Modo di abitare: Il sistema rituale-culturale rappresenta il concetto di flessibilità

… più di una volta ho provato a pensare a un appartamento nel quale ci fosse una stanza inutile, assolutamente e deliberatamente inutile. Non sarebbe stato un ripostiglio, non sarebbe stato una camera da letto, né un corridoio, né uno sgabuzzino, né un angolino. Sarebbe stato uno spazio senza funzione. Non sarebbe servito a nulla, non avrebbe rinviato a nulla… [15]

Dopo una fase temporale anche piuttosto lunga tesa a concentrare, da parte degli studi più motivati, gli interessi progettuali intorno al tema degli spazi pubblici come ambito privilegiato della rappresentatività urbana di una collettività ora, a seguito delle grandi mutazioni sociali che hanno investito la società in ogni sua manifestazione, la presa di coscienza di una modificata struttura sociale porta a riconsiderare il tema della casa, a lungo trascurato, una casa trasformata radicalmente nel suo ruolo culturale, funzionale e urbano. Una nuova consapevolezza percorre il tema della residenza nella contemporaneità, la casa è passata da luogo di relazioni primarie tra i membri di una famiglia gerarchicamente strutturata a luogo che ospita un nucleo familiare fortemente atomizzato che si avvia verso l’affermazione più del singolo che del gruppo. Oggi la vita di ognuno di noi si svolge maggiormente fuori dalle quattro mura domestiche ma lo spazio dell’alloggio non si è semplificato anzi, passando da luogo in cui soddisfare le prime necessità della famiglia come la preparazione due volte al giorno del cibo o la cura degli abiti e il lavaggio della biancheria, a contenitore di elettrodomestici che alleviassero le fatiche e che sempre più supplissero a necessità di ogni tipo, si è caricato di nuovi usi.

Più tempo libero consente una maggiore cura della mente e del corpo, si legge di più e allora scaffali per i libri, si ascolta musica ad alto livello e allora spazio per sofisticati impianti audio e video, il pasto è spesso frutto di improvvisazione e allora più spazio per provviste alimentari anche surgelate. Anche il lavoro è cambiato e molte attività prevedono che in casa ci sia una postazione digitale che con fax, decoder, internet e in alcuni casi anche webcam trasformano la casa  da spazio per abitare in ambito flessibile per ogni necessità e usi diversi.

Flessibilità, ecosostenibilità, interattività, sembrano essere oggi i termini che meglio descrivono lo spazio domestico di dimensioni sempre più ridotte ma al tempo stesso sempre più complesso,  perché adattabile e in continua evoluzione, intorno ai quali si svolge il dibattito sul progetto per la residenza tornato opportunamente di attualità. Le tematiche individuate non sono però appannaggio solo di questa società cosiddetta evoluta, la ricerca sulla residenza ad ogni cambiamento strutturale della civiltà  torna ad essere centrale perché segue di pari passo l’evoluzione della ‘sua utenza’ quasi a seguire biologicamente la vita del suo abitante[16].

Analizzeremo il primo dei termini indicati, quello maggiormente storicizzato visto che il concetto di flessibilità dell’alloggio entra nel dibattito del Movimento Moderno già nel 1924 con G.T.Rietveld nella casa Schroeder a Utrecht e in Germania, dove si sviluppa la ricerca sull’alloggio a partire dalle offerte della industrializzazione nascente, con Walter Gropius che parlando nel 1924  coglie con chiarezza i limiti e i pericoli della standardizzazione: “ La maggioranza dei cittadini di un paese ha esigenze di alloggi e di vita simili…Tuttavia il danno di una standardizzazione troppo rigida, quale quella della casa singola suburbana inglese, deve essere evitato perché è sempre cosa miope e poco saggia sopprimere l’individualità. Gli alloggi devono essere progettati in modo che le giustificate esigenze individuali derivanti dal numero dei componenti della famiglia o dal tipo di professione del capofamiglia siano esaudite in modo  attuabile e flessibile..” [17]

Ugualmente  Mies van der Rohe dichiara: “Il problema della razionalizzazione e della standardizzazione è solo parziale. Il problema della nuova casa è in sostanza un problema spirituale e la battaglia per la nuova casa è solo un anello della grande lotta per le nuove forme di vita”…[18].

Peter Bruckmann, presidente del Werkbund, annunciando nel 1925 la realizzazione di un quartiere modello (Weissenhof) nell’ambito della mostra “Die Wohnung”  prevista a Stoccarda nel 1927, dichiara: “Saranno invitati solo quegli architetti che lavorano nello spirito di uno stile artistico progressivo adatto alle condizioni di oggi e che hanno familiarità con le più appropiate attrezzature tecniche per la costruzione della casa”[19].

E’ con questo spirito che Mies van der Rohe, incaricato del piano per un quartiere da realizzare in scala reale come esemplificazione dei nuovi orizzonti dell’abitare, invita tra gli altri Le Corbusier, che propone nelle due case realizzate due programmi diversi ma ambedue finalizzati ad una nuova idea dell’abitare e dello spazio della casa. Ideologico rigetto e diffidente ammirazione delimitarono l’oscillazione dei critici e dei visitatori della mostra alla vista di  quanto proclamava l’architetto svizzero che vedeva, in questa, l’occasione giusta per affermare il suo punto di vista nel dibattito sull’architettura che si stava svolgendo in Germania. “Stoccarda – commenta – ecco l’occasione! La viene presentato un “tipo”: un tipo di struttura, un tipo di disposizione interna, una proposta di riforma d’ammobiliamento. Detto in un altro modo, una casa come un’automobile, concepita e attrezzata come un omnibus o una cabina di una nave… Bisogna considerare la casa come una macchina per abitare o come un utensile”[20]. Le Corbusier e P.Jeanneret costruiscono due case, uno sul modello della Maison Citroen, l’altro concepito secondo le leggi della meccanizzazione industriale e apparentato al modello fornito dalla civiltà dei trasporti. Ambedue le case si alzano su pilotis, in ferro e in cemento armato e ambedue rispettano l’enunciato dei “ cinque punti”, dalla finestra a nastro al tetto giardino.

Quella che maggiomente stupisce e provoca anche aspre critiche[21] è la cosiddetta Casa Doppia costituita da due alloggi monofamiliari adiacenti e di lunghezze diverse, Le Corbusier prevedeva così di mostrare il doppio allestimento possibile del grande ambiente del primo piano, un alloggio nella versione diurna e l’altro nella versione notturna, a dimostrazione della adattabilità e flessibilità della proposta. Due scale indipendenti collegano i piani terra, ridotti ai soli servizi, al piano principale degli alloggi e al tetto giardino. Al primo piano lo spazio dell’alloggio è costituito da un unico ambiente illuminato da una lunga finestra a nastro e servito da un lungo e ridotto corridoio largo solo 70 cm, cucina e bagno sono ad un estremo sul lato corto. Due o tre, dipende dalla dimensione dell’unità, grandi blocchi in cemento, posti ortogonalmente alla facciata e senza toccare il soffitto, contengono le armadiature e i letti che saranno estratti per la notte. Per la notte il grande ambiente si divide grazie a pareti scorrevoli in due o tre camere da letto servite dallo stretto passaggio longitudinale. Nel terzo livello il volume della scala, che porta al tetto-giardino,  contiene uno spazio studio.

Le Corbusier, superato il clamore sul funzionalismo nato dalle posizioni da lui assunte nel dibattito seguito all’esposizione del 1927, sviluppa le potenziabilità di alloggi flessibili anche in edifici residenziali plurifamiliari. Nel 1928 progetta un edificio per appartamenti in affitto in cui ripropone la trasformazione dell’alloggio dalla versione diurna a quella notturna mediante l’introduzione di una variazione di quota di una parte del solaio. Al centro del corpo di fabbrica, profondo circa mt 10,50 corre longitudinalmente, rialzato, un doppio corridoio  destinato alla distribuzione dei due alloggi opposti, sotto il quale durante il giorno possono scorrere i letti, mentre i divisori pieghevoli delle singole stanze possono essere raccolti in vani predisposti, lo spazio dell’alloggio diventa così unico e illuminato dalla grande finestra continua grazie all’arretramento della struttura. Anche qui cucina e bagno sono agli estremi accanto alle logge in quota e a doppia altezza.

Perseguendo gli stessi principi Le Corbusier affronta nel 1929 la progettazione di case bifamiliari, le Case Loucheur, destinate ad essere prodotte in serie con componenti industriali e modulari da montare a secco. In una pianta pressoché quadrata di circa 7,50 m di lato, la posizione  quasi centrale del blocco del bagno determina intorno a se lo spazio fluido e continuo dell’alloggio che, con pareti scorrevoli e armadiature che contengono letti ribaltabili, ritrova nell’allestimento notturno la partizione delle zone individuali. Un modello questo che si ritroverà costantemente nelle progettazioni che indagano sulla trasformabilità e continuità dello spazio dell’alloggio, come nella Maison de Verre a Parigi di P.Chareau, gli studi di D. Chenut per un Habitat contemporaneo del 1959 o l’edificio realizzato nel 1989 ad Amsterdam nel quartiere Dapperbuurt da M.Duinker e M. van der Torre [22]. La ricerca di Le Corbusier sul tema della flessibilità e continuità spaziale, si sviluppa in tutta la sua opera anche se con diversa accentuazione [23].

La flessibilità degli elementi della casa come ‘strumenti attivi’ calibrati sulle mutevoli esigenze (giorno-notte) del nucleo familiare impostati da Le Corbusier negli anni ’20, sono stati riproposti, con implicazioni concettualmente diverse, in alcuni esempi realizzati negli ultimi anni da Aranguren-Gallegos a Madrid (2003) e da Steven Holl a Fukuoka (1991).

Il complesso realizzato a Carabanchel Ensanche, da Aranguren e Gallegos ripercorre il ragionamento lecorbuseriano per alloggi in affitto del1928 [24]. Qui l’ipotesi dei progettisti è quella di conciliare, a partire dal contenimento della spesa per abitazioni pubbliche, la maggiore qualità possibile dello spazio abitativo con la sua flessibilità e offerta differenziata per utenti giovani e/o a basso reddito. Un grande  edificio a corte di 4 piani per 64 alloggi, più il p.t. con 82 posti auto, occupa l’intero isolato. La struttura dell’alloggio e quindi dell’edificio, funziona su due quote fondamentali, quella degli spazi serviti e quella degli spazi serventi. Il vano scale porta alla quota d’ingresso dell’alloggio, della cucina, del corridoio di distribuzione e dei bagni situati in una spina centrale rialzata rispetto alla quota delle stanze di circa 70cm. Attrezzatature fisse con armadiature e ripiani sono disposte a contenere la differenza di quota al di sotto della quale scorrono i letti. Considerando le cucine e i bagni come installazioni fisse, lo spazio restante  dell’alloggio, alla quota più bassa, si suddivide con pareti mobili garantendo uno spazio individuale attrezzato e collegato con quattro gradini al corridoio superiore. In questo caso il modello delle case d’affitto del 1928 di Le Corbusier è pressoché riproposto per intero e, a suo merito, la proposta spagnola è particolarmente idonea a soddisfare una delle questioni attualmente più sollecitate dalla domanda di abitazioni con servizi condivisi ma spazi individuali autonomi. Tema portante anche del progetto Alter Ego presentato da J. Musseau e T. Peltrault al primo concorso Europan del 1989.

Più complessa è la ricerca messa a punto da Steven Holl nel progetto di abitazioni a Fukuoka, realizzato nel periodo 1989/91. Qui, il ruolo attivo dell’utente si basa su valori percettivi e sensoriali determinati soggettivamente dal corpo che si muove attraverso lo spazio. Arata Isozaki nel 1987, incaricato di coordinare la realizzazione di un nuovo quartiere a Fukuoka, nel sud del Giappone, chiama architetti orientali e architetti occidentali tra cui, oltre a Steven Holl, Rem Koohlaas e Christian de Portzamparc.

Steven Holl progetta un edificio complesso, per 28 appartamenti diversi, basato più sulla sottrazione di parti che sulla addizione di volumi autonomi. La complessità dell’edificio, la sua struttura distributiva e l’articolato spazio degli alloggi, quasi tutti su due livelli, muovono principalmente da due motivazioni: a) il concetto di multifunzionalità dello spazio abitativo giapponese indagato e contestualizzato in un edificio ad appartamenti, b) una visione fenomenologica dell’architettura e dello spazio che l’architetto americano generalmente persegue con le sue opere. Il progetto realizzato si basa  sull’assunto … dallo spazio incardinato al silenzio dello spazio vuoto…[25] sviluppato attraverso l’alternanza dei volumi e dei vuoti, le percorrenze alternate sui due fronti, nord e sud dell’edificio, la presenza del piano d’acqua tra i volumi, i prospetti diversi, ad est più aperti con il racconto dello spazio interno e ad ovest più chiusi e astratti, ma basato anche su elementi come la luce, l’ombra e la rifrazione dell’acqua, del vetro e dell’alluminio corrugato.

Lo spazio interno degli alloggi che occupano trasversalmente tutto il corpo di fabbrica, anche nello spessore più profondo, si struttura secondo il concetto “dello spazio incernierato (dall’autonomo all’interattivo)… oltre allo spazio autonomo, vano per vano, c’è lo spazio interattivo, dove ‘muri partecipativi’ riordinano gli ambienti domestici. Lo spazio variabile diventa vivo, specialmente negli spazi domestici di Manhattan o Tokio, dove ogni metro quadro è un universo. A differenza degli scomodi sistemi di ‘partizioni mobili’ degli anni sessanta, i muri partecipativi sono un ibrido di muri fissi e incardinati. Lo spazio diventa dinamico e contingente…”[26].

E’ qui che chi vive in quell’alloggio determina il suo spazio. Gli elementi mobili che completano le partiture, porte, pannelli e elementi cavi in legno diversamente colorati, consentono a ciascuno di creare la  propria dimensione sia fisica che concettuale privilegiando lo spazio individuale o quello condiviso, la percezione dei diversi piani orizzontali e verticali, la luminosità o la penombra che modificano ambedue l’intensità del colore. L’uso dei pannelli incernierati, di diversa forma e dimensione (piani, angolari, a doppia ribalta ecc.) accompagnano gli abitanti e si muovono con loro nei diversi momenti della giornata e  nel tempo più lungo della vita, sottolineando le loro diverse sensibilità e necessità.

Secondo una sorta di classificazione del grado di flessibilità dell’alloggio, quella messa in atto da S. Holl sembrerebbe essere di primo grado in quanto concerne essenzialmente l’ambito spaziale con un elevato impegno progettuale in fase di elaborazione tipologica ma non implica,  nella realizzazione, soluzioni ad alta complessità tecnologica. In realtà gli aspetti fenomenologici evocati in questo progetto, che vive della variazione continua dei punti di vista e dei rimandi a visioni  spaziali mutevoli, appartengono alla sfera delle sensazioni e degli stimoli percettivi che attivano sia il corpo che la mente e, offrendosi come chiave di interpretazione della realtà, definisce una vera e propria strategia progettuale. Non sempre a minore complessità tecnologica corrisponde  minore tensione sperimentale e culturale.

 

 

Sistemi Costruttivi: L’adattabilità del sistema degli elementi costruttivi rappresenta il concetto di flessibilità

 

Se svolgiamo una ricerca sommaria sul tema della flessibilità in architettura (agendo anche su internet tramite i diversi motori di ricerca) per capire quali sono i primi elementi attraverso i quali si instaurano le relazioni concettuali più diffuse con tali parole, scopriremo che l’associazione principale, nella stragrande maggioranza dei casi, si riferisce ai sistemi di prefabbricazione industriale, di alta tecnologia, finalizzati ad un miglioramento prestazionale dei prodotti rispetto ad un dato problema – dal pannello scorrevole al pavimento flottante, dalla parete attrezzata al sistema integrato di servizi, dal pannello sandwich ai nuovi pacchetti murari etc. Effettivamente si coglie da subito un riferimento legato alla flessibilità per mezzo delle tecnologie avanzate che, in questo modo, modellano le esigenze costruttive alle necessità progettuali. Tale sviluppo tecnologico, nel tempo, ha sicuramente inciso anche sui criteri tipologico-costruttivi della residenza al punto tale da condizionare, nel bene o nel male, l’offerta dei manufatti architettonici.

In questo caso è possibile raccogliere una vasta documentazione di esempi che raccontano la flessibilità come espressione di un sistema tecnologico che, oltre a definire il fattore costruttivo, stabilisce il criterio delle relazioni generali afferenti alle strategie di progetto. Tali opportunità di riflessione, supportate da un naturale processo di storicizzazione degli eventi, conducono verso l’identificazione di almeno due aspetti significativi.

Il primo è riferito ai modelli di aggregazione delle unità residenziali secondo logiche afferenti ad una struttura urbana intesa come un organismo, che ammette gradi di libertà ed evoluzione nel tempo – una sorta di città vivente in cui le unità-cellule che la definiscono sono intercambiabili, attraverso la concezione di una realtà fluida, dinamica e mutevole – ci conduce direttamente alle esperienze degli anni ’60 in cui i Metabolist, attraverso N.Kurokawa, idealizzavano nella capsula un nuovo modo di abitare”…destinata a istituire un sistema familiare completamente nuovo incentrato sugli individui…dove… una capsula è una casa per l’homo movens…”[27], con la conseguenza di un processo di sperimentazione estrema della ricerca che raggiunge il suo apice nell’Habitat ’67 di M.Safdie in cui vengono proposti 365 moduli tridimensionali abitativi prefabbricati, che offrono quindici varianti organizzative in relazione alle diverse esigenze dell’utenza. Su tale impostazione sarebbe opportuno rimandare a testi specifici per evitare di banalizzare i contenuti, attraverso una improbabile sintetizzazione, di un movimento che ha contribuito alla formulazione di visioni urbane ed architettoniche incentrate proprio sul concetto di flessibilità. L’altro aspetto dell’indagine coinvolge, invece, tutte quelle esperienze che prendono in esame i processi di autocostruzione come modelli flessibili di organizzazione costruttiva, anche in relazione ai contenuti socio-economici ed alle valenze ecocompatibili, ancora oggi presenti (direttamente o indirettamente) nelle riflessioni degli architetti contemporanei.

Sembra intanto certo che, secondo quanto sostiene anche U.Cardarelli, “il fenomeno dell’autocostruzione derivi da una sensazione di disagio dell’utenza nei confronti della gestione “normale” dell’edilizia residenziale”[28], una sorta di risposta all’impianto tipologico-costruttivo tradizionale capace solo di offrire modelli statici rispetto ai meccanismi dinamici e flessibili del nucleo familiare contemporaneo (di difficile definizione ormai, come detto anche precedentemente, per le sue caratteristiche di mutevolezza nel tempo).

L’autocostruzione non è, nei paesi europei dell’occidente industrializzato,  di norma esercitata dagli strati meno abbienti della popolazione, sfrutta spesso tecnologie avanzate ma compatibili con il rispetto dell’ambiente, utilizza componenti prodotti dall’industria edilizia locale ed è ispirata dall’uso ecologico dei materiali e al risparmio energetico…l’uomo è parte della natura, perciò anche la casa che egli costruisce da sé e per sé deve nascere come parte della natura. L’autocostruzione dunque non può essere che ecologica, inserirsi nel ciclo naturale e mirare all’obiettivo del risparmio energetico non soltanto utilizzando materiali e componenti che richiedono piccole quantità di energia per la produzione, il trasporto e il montaggio, ma altresì adottando sistemi passivi per il recupero dell’energia solare[29].

Risulta così evidente una scelta “cosciente” della collettività verso un progetto partecipato della residenza, secondo una dimensione culturale di tipo olistica che, in particolar modo nella regione nord-europea, consente alla sperimentazione architettonica lo sviluppo dei tipi edilizi più idonei anche attraverso l’applicazione di svariate strategie tecnico-costruttive.

E’ possibile, però, procedere secondo una direzione diversa, a cui fanno riferimento tutti quei paesi che si affacciano alla prima fase di industrializzazione attraverso l’elaborazione di un  proprio modello di autocostruzione: l’autocostruzione “povera”, nella quale i componenti sono in buona parte materiali di scarto, adoperati con tecnologie tradizionali o miste (spesso incuranti del rispetto della natura), e che si rivela sempre più bisognosa di un’assistenza tecnica qualificata. Assistiamo come, in questo caso, l’estrema conseguenza sia la formazione dei fenomeni di edilizia spontanea – dai contorni socio-economici generalmente confusi fra speculazione edilizia e necessità oggettive dell’utenza – in quanto esito di un’assenza di programmazione strategica.

Nell’ambito della tendenza che attribuisce un valore sostanzialmente positivo alla pratica dell’autocostruzione si iscrivono, allora, le osservazioni di J.Turner che nel suo libro L’abitare autogestito [30] offre, in riferimento all’America Latina, una possibile chiave di lettura: un’edilizia autogestita, centrata sull’autocostruzione di alloggi in proprietà privata per uso diretto, senza fini di lucro e edificati in base a standard di abitabilità non rigidamente definiti, ma flessibili secondo le esigenze di ciascun gruppo familiare.

L’approccio, quindi, ad un modello residenziale flessibile e mutevole nel tempo, in sincronia con l’abitante e il contesto, non può prescindere dalla predisposizione di un progetto di assetto territoriale, sia di recupero che di nuova urbanizzazione, ma che realizzi in qualche modo, oltre i limiti dello spontaneo, l’indispensabile “qualità” degli spazi abitati.

A supporto di questa impostazione è possibile riportare l’iniziativa della Regione Liguria che ha bandito, nel 1987, un concorso per la “realizzazione di 100 alloggi di edilizia evolutiva” in cui l’autocostruzione si configura con modalità di intervento istituzionalizzate. L’ipotesi è quella di far realizzare dalle imprese di costruzione nuclei abitativi minimi utilizzando mutui convenzionati agevolati, impiegando inizialmente solo l’ammontare effettivo di tali mutui, ma prevedendo la possibilità di ampliare nel tempo tali nuclei mediante interventi di autogestione e autocostruzione. Si tratta di un programma pensato per “famiglie di nuova formazione composte da singoli o coppie con caratteristiche di potenziale evoluzione socio-economica e demografica” .

Nello stesso periodo, E. Zambelli riflette tali assunti nel progetto di 14 case a schiera autocostruibili nel Peep del Comune di Zelarono – Mestre. “L’ipotesi posta alla base della progettazione, in vista di un risparmio sul costo della casa e soprattutto di una riduzione del finanziamento iniziale, è stata quella dell’accrescibilità nel tempo dell’autocostruzione parziale. Ciò significa individuare una tipologia spaziale e una tecnologia tali che sia possibile iniziare la costruzione con un nucleo abitativo base minimo programmato per l’attuazione di estensioni progressive fino alla saturazione del lotto riservato al singolo alloggio”[31].

Quattro sono le specificità del progetto:

1- il progetto tipologico-spaziale è previsto in modo da garantire l’autosufficienza iniziale e il suo successivo sviluppo costruttivo.

2- la tecnologia si adatta e si differenzia nei due stadi in modo da agevolare l’azione singola senza eccessivo onere per l’autocostruttore e senza disturbo per i vicini (cioè senza dover riaprire un cantiere ogni volta che si effettua una crescita).

3- l’organizzazione e la gestione devono prevedere diverse regole per i due stadi, in base ai differenti rapporti fra gli operatori durante il lavoro di gruppo e quello individuale.

4- gli strumenti normativi devono consentire il controllo  della crescita,  favorendo l’obbiettivo del risparmio (per esempio dando la possibilità di versare gli oneri in base alla cubatura che si và progressivamente realizzando, invece che interamente, ecc.).

L’ipotesi di una realizzazione a più stadi prevede che il primo di questi sia quello relativo alla costruzione del supporto da parte di un’impresa edile (scavi, setti murari portanti, impiantistica) e che gli altri siano quelli a carico degli autocostruttori riuniti in cooperativa. In particolare il primo degli stadi è finalizzato alla realizzazione simultanea e collettiva di un nucleo abitativo minimo; i successivi sono delegati ai singoli autocostruttori e sono attuabili, nel pieno rispetto del progetto approvato e secondo scadenze massime prefissate, in corrispondenza del maturarsi di esigenze di ciascun nucleo.

Questo meccanismo di crescita comporta la riduzione ai minimi termini dello spazio abitabile (ma anche della spesa iniziale) “senza tuttavia comportare la rinuncia a investire ulteriormente, a piccole dosi, i successivi risparmi fino all’ottenimento di un alloggio grande”, sempre meglio attrezzato e rifinito in funzione delle esigenze mutevoli dell’utente.

Le caratteristiche morfologiche che ne conseguono vedono l’identificazione di un principio aggregativo di unità residenziali strutturate secondo un sistema di vuoti, che consente, attraverso l’implementazione, una modifica nel tempo dell’organismo edilizio. Tali vuoti assumono, così, destinazioni d’uso differenti in funzione della flessibilità dell’alloggio che, di volta in volta, ridefinisce il rapporto fra le varie parti della casa.

In ragione delle potenzialità organizzative dell’alloggio, e della pertinenza socio-economica come strategia attiva della progettazione, forse è possibile leggere anche nel piano di sviluppo del quartiere di edilizia economica residenziale di Quinta de Malagueira ad Evora – Portogallo, ad opera di A.Siza, alcuni concetti vicini ai contenuti di questa analisi.

L’economicità dell’intervento, sia nei materiali impiegati che nelle tecniche costruttive adottate, la lentezza di crescita dell’insediamento (dal 1977 al 2001) e la definizione del sistema degli alloggi (residenze unifamiliari associate, con patio su strada o in fondo al lotto, raggruppate in fasce doppie con un muro mediano comune per le canalizzazioni e gli affacci contrapposti) sono caratteristiche che offrono spunti di riflessione in merito agli “strumenti qualitativi” al servizio di una oggettiva flessibilità del progetto. All’interno di ogni singola unità infatti, sviluppati su due piani, sono distribuiti da due a cinque locali più la terrazza (operazione che lascia sempre presagire ad un programma evolutivo della residenza), secondo sistemi abitativi che si rifanno direttamente al modo di vivere tradizionale del luogo.

Del resto anche la tradizione architettonica italiana non è scevra da elaborazioni sensibili sull’argomento. Basta osservare le raffinate proposte di F.Marescotti che già negli anni ’40 studiava modelli residenziali flessibili, impostando la ricerca tipologica proprio sul sistema di accrescimento proporzionale al numero degli abitanti: “Dal tipo 0 per due coniugi e un figlio piccolo, si passa ai tipi successivi mediante l’aggiunta per ogni persona di un elemento, di 4×2 m nel corpo delle camere da letto e aumentando l’ambiente di soggiorno di 50 cm nel senso della lunghezza. Il lotto cresce quindi di 2 m in lunghezza e di 0,50 m in larghezza. Questa misura di accrescimento, con i servizi costanti, mantiene le quote unitarie quasi inalterate anche per ciò che riguarda gli spazi all’aperto…Tanto nel caso della soluzione semplice come in quella della soluzione aumentata le aree destinate ai servizi sono costanti” [32].

Secondo una continuità di pensiero notiamo come nel 1999, in occasione del concorso Europandom, le ultime generazioni di architetti (italiani) riprendono queste osservazioni sulla flessibilità assumendole come valore e paradigma nella progettazione architettonica.

La proposta che il gruppo *Underlabo–226  fà per il progetto della creazione di un sistema residenziale nel quartiere St. Pierre (nell’isola di Rèunion) è significativa. La soluzione consiste nell’infrastrutturazione di base del territorio attraverso uno standard urbano e igienico adeguato ad una metropoli contemporanea, su cui si innesta un secondo livello basato sul concetto di autocostruzione, per rispondere alle specifiche esigenze culturali dei singoli utenti, (coinvolgendoli nel processo di produzione della città) e per ridurre il degrado dell’area e il sentimento di non appartenenza che la caratterizza.

Tre sono i layer concettuali che strutturano l’intervento:

1- ridisegno dell’area secondo una unità formale che agisce come processo di identificazione alla scala urbana

2- ridisegno degli assetti locali alla scala architettonica

3- induzione di un principio di autocostruzione pianificata con lo scopo di personalizzare la “cellula abitativa” secondo un’idea di flessibilità e riproduzione delle condizioni sociali ed economiche di emancipazione, di appropriazione e di autoidentificazione culturale

Gli autori scrivono: “tutti questi obiettivi funzionano a scale di relazione differenti mutando la tradizionale considerazione univoca dello spazio abitato e coinvolgendolo in una visione dinamica e processuale…Rèunion Urbana, Rèunion Architettonica. Dal punto di vista urbano, così come da quello architettonico, il progetto si esprime paradigmaticamente nel principio della “connessione”; la sua figura di riferimento simbolico è il ponte. Secondo la stessa logica sono ”ponti” i dispositivi architettonici, mutuati nel loro principio costruttivo dalla Maison Domino, studiati in questo progetto per ospitare la residenza, le attività artigianali e commerciali che si dispongono trasversalmente al Boulevard per connettere il nuovo progetto al suo intorno immediato. Questi edifici esprimono l’incontro dei sistemi costruttivi forti e importati “dall’alto” (l’architettura degli impianti, dei pilastri rivestiti di casseri di bambù a perdere e dei solai in cls armato a vista) e i sistemi costruttivi “dal basso” legati al principio dell’autocostruzione pianificata e controllata da supervisor competenti. Le architetture dei pilastri e  dei solai in aggetto ospitano e conferiscono un ordine urbano alle aggregazioni domestiche quasi libere e autocostruite, senza privarle di una potenziale ricchezza poetica e consentendo l’identificazione del cittadino con la propria casa riconoscibile a distanza già dai suoli urbani.

Viene restituito, allora, il senso di appartenenza ed appropriatezza dell’abitante alla residenza attraverso il processo di partecipazione diretta alla sua definizione e personalizzazione. L’abitante non viene recepito come un utente passivo che deve essere solo alloggiato, ma viene coinvolto nella gestione della propria casa anche attraverso una nuova definizione degli aspetti qualitativi, legati a diversi fattori (sociali e culturali) da valutare di volta in volta. Dopo questa lettura non possiamo non rimandare alla geniale provocazione dei SITE che, nel 1981, raccontavano un edificio multipiano come intelaiatura di un’insieme di residenze unifamiliari sovrapposte su più livelli: Highrise of Homes.

Grande è il debito culturale che la proposta per le isole Rèunion ha nei confronti di questi disegni, peraltro estremamente raffinati, ma significativo è il modello culturale a cui entrambe le situazioni si riferiscono: l’adattabilità del sistema degli elementi costruttivi rappresenta il concetto di flessibilità che introduce verso una nuova dimensione relazionale con la residenza. Lo spazio diventa mutevole e flessibile, come un’organismo che si adatta alle nuove esigenze del nucleo familiare che ospita, attraverso un criterio di simbiosi architettonica fra utente ed alloggio.

Conclusioni:  Il contenitore come nuovo tipo edilizio

Alla luce di quanto esposto gli argomenti sin qui tracciati richiedono un’evidente approfondimento per la quantità delle possibili interpolazioni come conseguenza della relazione diretta fra tutti i vari contenuti.

Sembra quasi visualizzarsi una sorta di triangolo di equilibrio, i cui  tre vertici coincidono con le estremizzazioni degli aspetti Struttura Spaziale, Modo di Abitare e  Sistema Costruttivo identificati come valori significativi del tema della flessibilità nella residenza contemporanea.

Se usassimo, allora, come metafora il triangolo di Maxwell (strumento geometrico che stabilisce il rapporto intrinseco fra i colori spettrali attraverso la definizione del diagramma di cromaticità) scopriremmo che, analogamente alle sfumature cromatiche che conducono verso una intensità o l’altra di colore rispetto al vertice di appartenenza, i concetti connessi alle diverse tematiche individuate potrebbero portare ad interazioni più complesse, in cui le particolari condizioni (di volta in volta) possono indicare una via che introduce a possibili nuovi modelli tipologici, probabilmente più coerenti con le esigenze della residenza contemporanea.

Allo stesso tempo è necessario sedimentare i dati trasmessi dal bagaglio della globalizzazione culturale, di cui ormai ci alimentiamo, che (nel vortice della velocità d’informazione) ci rende sempre meno consapevoli delle operazioni in atto.

Probabilmente, in questa fase, possiamo dichiarare l’inadeguatezza dei modelli residenziali  tipologicamente e culturalmente riconosciuti. Troppo spesso, infatti, anche gli esempi di cui abbiamo accennato sono riferiti ad episodi sporadici ed isolati che appartengono più alla sperimentazione che alla “normale” produzione edilizia residenziale.

Gli “esiti morfologici” delle nuove esigenze sociali, del resto, si verificano anche indipendentemente dall’operato a volte teorico dell’architetto.

Anzi, generalmente è uno stato di disagio sociale estremo (a volte il rifiuto stesso dei modelli proposti dalla società di appartenenza) ad essere il vero elemento propulsore delle innovazioni più radicali dal punto di vista delle trasformazioni del territorio.

Alcuni temi come il riuso delle cubature abbandonate nel paesaggio urbano, attraverso il recupero di fabbricati dismessi per mezzo di un radicale cambiamento delle destinazioni d’uso (dal fabbricato di archeologia industriale alla definizione di un nuovo tipo residenziale: il loft), e l’accettazione del box come nuova modalità interpretativa delle realtà urbane del prossimo futuro – dall’impiego dei container come nuovo modello abitativo trasformabile, come propone il gruppo Lot-Ek, al volume stereometricamente definito che assume il valore del contenitore onnicomprensivo – possono essere un riferimento per le valutazioni di un nuovo atteggiamento, anche tipologico, connesso alla residenza della contemporaneità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note

[1]  Vocabolario della Lingua Italiana – Istituto della Enciclopedia Italiana G.Treccani, Milano 1987
[2] Jigoro Kano, JUDO Jujitsu,  Edizioni Mediterranee.
Struttura spaziale

[3] B.Taut, Das japanische Haus, in Casabella n°676
[4] F.Espuelas , Il vuoto. Riflessioni sullo spazio in architettura, ed. Marinotti, Milano 2004
[5] R.Arnheim , La dinamica della forma architettonica, ed. Feltrinelli, Milano 1981
[6] A.Wogenscky , Le mani di Le Corbusier, ed. Mancosu, Roma 2004
[7] G.DiCristina, Architettura e Topologia. Per una teoria spaziale dell’architettura, ed. Dedalo, Roma 2000
[8] …………Mies scrive a Haring
[9] I.Abalos, La Buena Vida, ed. GG, Barcellona 2000
[10] R.Koolhaas, La dinamica della forma architettonica, ed. Feltrinelli, Milano 1981
[11] R.Koolhaas,  How modern is Dutch architecture ?, in R.Koolhaas,  Bigness, di F.Bilò, ed. Kappa, Roma 2004
[12] R.Koolhaas, How modern is Dutch architecture ?, in R.Koolhaas, Bigness, di F.Bilò, ed. Kappa,  Roma 2004
[13] L.Prestinenza Pugliesi, Silenziose avanguardie, ed. Testo & Immagine,  Torino 2001
[14] L.Prestinenza Puglisi, op.cit.
Modo di abitare

[15] George Perec, Specie di spazi, Boringhieri, 1986
[16] Franco Purini, Quindici case, in Verso una nuova qualità dell’abitare, AAVV   (Concorso di idee per la casa del futuro)  Edilstampa 2005
[17] Walter Gropius, Architettura integrata, Il Saggiatore, Milano1974
[18] Mies van der Rohe, Die Form, numero speciale Werkbund, 1927
[19] F.Schulze, Mies van der Rohe, A critical biography, London-Chicago 1985
[20] V. Franchetti Pardo, Le Corbusier, Firenze 1966
[21]  F. Tentori
[22]Laura Elisabetta Malighetti, Progettare la flessibilità. Tipologie e tecnologie per la residenza, Libreria CLUP, Milano 2000
[23]  Le Corbusier, Opera completa,
[24] a+t, densidad, nueva vivenda colectiva, Spagna 2004
[25] Croquis n°78, Steven Holl 1986-1996, Madrid 1996
[26] 25  Elena Tinacci a cura, Steven Holl, Antologia su Sensual Space,

l’architettura fenomenologia, ed.Kappa 2005
Sistemi costruttivi

[27] 26 N.Kurokawa, Capsule Declaration, in Space Design, Marzo 1969
[28] 27 U.Cardarelli, La casa fatta in casa, in Rassegna n°35, (Modificazioni dell’abitare)  Settembre 1988
[29] U.Cardarelli, op.cit.
[30]  J.Turner, L’abitare autogestito, Jaca Book, Milano 1978
[31] E.Zambelli, Autocostruzione istituzionalizzata e tecnologicamente evoluta, in Rassegna n°35, (Modificazioni dell’abitare)  Settembre 1988
[32] G.Ciucci e M.Casciato, F.Marescotti e la casa civile (1934-1956), Officina Edizioni, Roma 1980

 

 

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