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Transit city: suggestioni dal finestrino

Se toccando terra a Trude non avessi letto il nome della città scritto a grandi lettere, avrei creduto d’essere arrivato allo stesso aeroporto da cui ero partito. I sobborghi che mi fecero attraversare non erano diversi da quegli altri, con le stesse case gialline e verdoline. Seguendo le stesse frecce si girava le stesse aiole delle stesse piazze. Le vie del centro mettevano in mostra mercanzie imballaggi insegne che non cambiavano in nulla. Era la prima volta che venivo a Trude, ma conoscevo già l’albergo in cui mi capitò di scendere; avevo già sentito e detto i miei dialoghi con compratori e venditori di ferraglia; altre giornate uguali a quella erano finite guardando attraverso gli stessi bicchieri gli stessi ombelichi che ondeggiavano.

Perché venire a Trude? Mi chiedevo. E già volevo ripartire.
Puoi riprendere il volo quando vuoi, mi dissero, ma arriverai a un’altra Trude, uguale punto per punto, il mondo è ricoperto da un’unica Trude che non comincia e non finisce, cambia solo il nome all’aeroporto. 1
Il racconto di Calvino sembra essere il preludio alle riflessioni sulla realtà urbana in esame, metafora della città continua che riflette il modello interpretabile per l’area metropolitana di Roma.
Assistiamo, ormai, al grosso centro che travalica i suoi confini comunali per saldarsi a quel sistema insediativo nato sulle sue direttrici, formato da nuclei (ognuno di modeste dimensioni) aventi embrioni di attività autonome ma con scarse relazioni tra di loro. Il potenziamento e l’ammodernamento del sistema ferroviario locale enfatizza tale processo, ingenerando sempre più fenomeni di pendolarismo verso il centro urbano del comune di Roma.
Evidenziare i “processi” in atto sul territorio, interpretandone gli effetti e le potenzialità, piuttosto che cristallizzare situazioni (comunque) in continua mutazione, anche dal punto di vista sociale, è lo spirito che accompagna queste brevi osservazioni.

…La città sarà vivificata e strutturata dalle nuove reti tecnologiche: dalle ferrovie che sono le arterie pulsanti e i poderosi battiti del cuore di un tutto intensamente vivo e dai fili del telegrafo altrettanti nervi, ciascuno dei quali trasmette impulsi di pensiero e di azione. Dalla staticità della città-corpo si passa alla mobilità di un organismo vivente… 2

Già agli inizi del XX° secolo Geddes, in particolar modo nel testo Città in evoluzione, sposta l’attenzione decisamente sui flussi e sulle reti, accettando la crescita della metropoli come fatto ineluttabile: non la rifiuta come elemento negativo, ma la assume come dato emergente della nuova condizione urbana.
Nuovi sistemi produttivi, nuove infrastrutture di trasporto e di comunicazione struttureranno l’urbanizzazione diffusa della sua città-regione…bisogna mettere la città in relazione non solo con i suoi dintorni immediati, ma anche con la più vasta regione che la circonda… La città può perdere il suo limite ed espandersi nel territorio. La nuova metafora diviene la “madrepora umana” un organismo vivente, che attraverso le sue regole genetiche e le sue strutture interne si adegua di continuo all’ambiente. 3
A distanza di quasi un secolo, metabolizzati tali concetti, Koolhaas rende esplicita una sorta di “coscienza collettiva” attraverso la descrizione della città generica, occasione di ridefinizione di tutte le relazioni spazio-temporali intrinseche della realtà urbana contemporanea.
…La città generica spezza questo circolo vizioso di dipendenza (dal centro): è soltanto una riflessione sui bisogni di oggi e sulle capacità di oggi. E’ la città senza storia. E’ abbastanza grande per tutti. E’ comoda. Non richiede manutenzione. Se diventa troppo piccola non fa che espandersi. Se invecchia non fa che autodistruggersi e rinnovarsi. E’ ugualmente interessante o priva d’interesse in ogni sua parte. E’ “superficiale” come il recinto di uno studio cinematografico hollywoodiano, che produce una nuova identità ogni lunedì mattina… 4 Come nella Trude di Calvino è dalle grandi infrastrutture che questa città, ormai profondamente multirazziale, trae un forte elemento di riferimento, un processo di identificazione necessario alla localizzazione di un determinato sito…oggi gli aeroporti sono tra gli elementi più singolari e caratteristici della città generica, il suo più forte veicolo di diversificazione. Devono esserlo, essendo tutto ciò che l’uomo comune tende a percepire di quella certa città…con questa carica concettuale gli aeroporti diventano segni emblematici che si imprimono nell’inconscio collettivo planetario in sfrenate manipolazioni delle loro attrattive non aeronautiche…5
Del resto, da sempre il sistema delle infrastrutture attraverso le reti viarie, ferroviarie, portuali ed aeroportuali ha esercitato un ruolo decisivo nella conformazione delle città; orientando direttrici di crescita e modi di funzionamento interno, le reti agiscono non solo nella ridefinizione degli spazi di vita dei loro abitanti (e nella riarticolazione dei rapporti tra urbanizzazione intensiva ed estensiva, tra la città diffusa e quella consolidata), ma tendono a configurare se stesse come “nuovi luoghi urbani” dando forma ad inediti paesaggi e concentrazioni funzionali, contribuendo attivamente alla diffusione dei territori urbani. 6
Proprio attraverso un nuovo concetto di paesaggio, è possibile descrivere e comprendere la realtà urbana contemporanea forse rinunciando all’idea “storica” di città, che rischia di trascinare con sé troppi pregiudizi e forse non offre più gli strumenti adatti alle indagini opportune. Zardini, in Paesaggi Ibridi, sostiene che è necessario accettare il carattere eterogeneo della città contemporanea…composta di aeroporti e stazioni, centri commerciali e business parks, enclaves residenziali protette e quartieri degradati, centri storici che funzionano come centri commerciali e centri storici ridotti a ghetti, parchi, aree abbandonate e ritagli di campagna, zone industriali dismesse e nuovi politecnologici, strade e autostrade, tessuti storici e grandi estensioni di case unifamiliari, frammiste a laboratori, fabbriche, uffici, ipermercati.
Il nuovo concetto di paesaggio corrisponde invece ad una diversa idea della città, una idea che privilegia la molteplicità, l’eterogeneità, il contrasto, l’accostamento di elementi diversi tra loro. Non si tratta di costruire dei paesaggi omogenei, ma dei “paesaggi ibridi”, concepiti a partire da una nuova idea dello spazio. 7

In tale panorama si introduce lo studio sulla direttrice ferroviaria FM4 nota come passante dei laghi; fascio ferroviario inteso come un fiume di ferro che organizza la sequenza di luoghi ed attrezzature urbane, che generano inedite possibilità di riqualificazione delle “identità nascoste” dei frammenti di territorio ai margini della presenza ferroviaria.
Si coglie nella mobilità il valore intrinseco della nuova città.
Non a caso la città generica viene sempre fondata da gente in movimento, sempre pronta a spostarsi, stabilendo anche dei criteri di relazione (traslati dal mondo mediatico) radicati nel sistema di comunicazione attuale. Infatti, come sostiene Zucchi, entriamo e usciamo dai diversi contesti semantici molte volte al giorno, seguendo in fondo le stesse veloci regole dello zapping televisivo: un’amnesia istantanea del codice precedente ci permette di non creare catene surreali di significati. 8
Secondo Boeri prevale una certa attitudine alla fruizione “distratta” verso lo scorrere rapido di paesaggi, a usare il nostro corpo come un sensore erratico che rileva le variazioni che appaiono nel suo campo di lettura senza però esserne mai pienamente coinvolti. E’ una forma di consumo visivo fatto di rapidi guizzi dello sguardo piuttosto che di movimenti contemplativi. 9
Assistiamo alla presentazione di uno spazio in cui l’eterotopia diviene il nuovo paradigma urbano.
Il ruolo “ordinatore” delle vecchie gerarchie strutturali (previsioni urbane di tipo statico) viene superato dalle nuove modalità di fruizione per cui, per esempio, il G.R.A. diviene, oggi, una strada metropolitana fortemente aderente al contesto locale, prolungamento dello spazio e delle funzioni urbane.
Con la presenza, poi, unica nel suo genere in rapporto alla distanza con la città (oggi del tutto annullata), della struttura aeroportuale di Ciampino si può quasi definire il carattere di una Transit city in cui la possibilità di costituire un’attrattore urbano, insieme alla stazione ferroviaria di Ciampino, è un’occasione troppo importante per non essere indagata in modo organico. La stazione ferroviaria può divenire allora il condensatore degli scambi tra la città locale e la rete infrastrutturale regionale e nazionale, animandosi di molteplici attività culturali, economiche e ricreative le quali si connettono fisicamente e simbolicamente con l’aeroporto “riscoperto” come luogo urbano.
Si attivano, in questo modo, sinergie riferite a modelli di mutamento dinamici a più scale di riferimento, strumenti necessari per una nuova concezione di strategia urbana.
Oltrepassando il raccordo, ad una distanza temporale pari a quella di una fermata di metro (altro elemento di riflessione sul ruolo effettivo della struttura ferroviaria a livello locale), determinati fatti si susseguono ad un ritmo talmente serrato che è possibile rintracciare i presupposti per la costituzione di una prossima città ludica. La presenza dell’Ippodromo (con le relative strutture di servizio) costituisce il traino caratterizzante il possibile nodo intermodale di Capannelle. Non è casuale che l’Estate Romana trasferisca proprio in tali aree, al margine delle attrezzature sportive, i luoghi di raduno giovanili atti al “consumo” di esperienze musicali eterogenee, che trovano nell’organizzazione dell’evento stagionale denominato Fiesta la massima sublimazione dal sapore latino-americano.
Il fiume di ferro assume sempre di più un ruolo di tipo linfatico rispetto al rapporto che può instaurare con le diverse sponde, una sorta di limo infrastrutturale che suggerisce molteplici potenzialità di intervento anche nell’ambito della riqualificazione urbana. E’ il caso del borghetto di via dei Laterensi, piccola sacca di degrado, estranea e chiusa ai tessuti circostanti (delimitata dai quartieri Tuscolano ed Appio Claudio, al confine con la proposta abitativa, sempre attuale, di Libera) che appaiono, invece, fortemente consolidati sia sul piano dell’assetto viario e delle funzioni commerciali-residenziali che sul piano della tipologia insediativa. In quest’area residuale, di margine, era previsto il Piano di Zona A4 Tuscolano, redatto da Colasante, che aveva come obiettivo quello di recuperare una continuità d’uso ed una qualità ambientale più congruenti con l’alto valore localizzativo dell’area.

Il programma individuava quattro strategie d’intervento, calibrate anche sulle capacità di relazione con il progetto Ina-Casa di De Renzi e Muratori:

1. riutilizzare un’area già infrastrutturata per la realizzazione di abitazioni di tipo economico e popolare.
2. ripristinare la continuità fisica e funzionale della trama viaria che pone in connessione la zona sud del Quadraro con il quartire Appio Claudio e con la via Tuscolana.
3. creare le condizioni generali al contorno per la formazione del nodo di scambio del metrò nella stazione Numidio Quadrato.
4. risolvere, in termini di riqualificazione ambientale e di paesaggio urbano, le evidenti smagliature del tessuto, ricostruendo una “figura” complessiva dello “spazio urbano”.

Al di là degli esiti progettuali, e dei contenuti semantici intrinseci nella proposta, sembra opportuno considerare il valore del luogo come una delle potenzialità urbane ancora inespresse.
E’opportuno, nella condizione di continuum edilizio che proietta l’osservatore verso la dimensione di una “città Tuscolana”, immaginare una compresenza di situazioni che attivino logiche di relazione legate al concetto sociologico di mosaico urbano. La visione che si traduce basa sul contrasto, sulla tensione, sulla discontinuità la nuova sensibilità dell’utente-viaggiatore, consumatore passivo dei prodotti metropolitani.
Immaginare, allora, il completamento “virtuale” di tutte quelle architetture urbane interrotte (basti pensare ai Piani di Zona previsti e non attuati da Portoghesi e Quaroni per Casale di Gregna ed Anagnina) non può che sostanziare l’inevitabile processo in atto del lento, ma inesorabile, inurbamento lungo tutto il tracciato ferroviario (che al 2004, lungo via di Lucrezia Romana ed in adiacenza al polo attrattore commerciale di IKEA, sul tracciato dell’anagnina, presenta una quantità notevole di fabbricati in costruzione di edilizia convenzionata). L’aumento della densità edilizia non può che sostanziare un programma di cura del ferro, necessariamente alternativo al trasporto su gomma, trasferendo allo spazio delle stazioni ferroviarie un ruolo che oltrepassa il significato rigorosamente monofunzionale al solo esercizio della mobilità.
Clementi, in merito, offre alcune riflessioni sugli universi di contenuti legati alle (ormai plurime) realtà della stazione ferroviaria, calibrando alcune definizioni che possano rappresentarli in modo più coerente alle esigenze attuali quali: incrocio di mobilità, luogo di compresenze, spazio di attese, induttore di ricettività, luogo delle molteplici temporalità. La stazione assume così un carattere segnato dalla mobilità dei diversi flussi, le attività e le presenze si mescolano variamente secondo traiettorie che separano e che uniscono individui fino a cogliere, nell’uso diversificato del luogo, un’area di relazione che del vecchio fabbricato viaggiatori ne diviene solo una lontana memoria.
Anche la stazione Tuscolana, in un percorso che conduce sempre più verso l’interno della città, assume un ruolo determinante in un programma di riqualificazione organico, in ragione delle enormi potenzialità che tale nodo urbano raccoglie. Le problematiche di un centro integrato di servizi (costituito da un nodo di interscambio tra ferrovia extraurbana, ferrovia urbana, metropolitana, mezzo pubblico e privato, e da un complesso di attrezzature a carattere terziario) sono state affrontate in moltissimi studi che hanno posto l’attenzione ad una parte di territorio clamorosamente disatteso dall’amministrazione comunale, ma ricco di opportunità di intervento. In realtà la peculiarità di tale ambito è anche quella di raccogliere, attraverso un canale diretto, proprio come l’estuario di un fiume, tutte quelle indicazioni di recupero a parco (a carattere prevalentemente archeologico) necessarie a restituire dignità ad uno spessore di territorio definito fra i margini della ferrovia e degli acquedotti, che si identifica oggi con via del Mandrione.
Nasce la definizione di un parco ferroviario che, accompagnando ed intersecando la direttrice ferroviaria lungo il parco dell’Appia con i segni del passato, risolve le possibili dinamiche di intervento anche attraverso la presenza dei plurimi tracciati della memoria urbana.

Al contemplare questi paesaggi essenziali, Kublai rifletteva sull’ordine invisibile che regge le città, sulle regole cui corrisponde il loro sorgere e prender forma e prosperare e adattarsi alle stagioni e intristire e cadere in rovina. Alle volte gli sembrava d’essere sul punto di scoprire un sistema coerente e armonioso che sottostava alle infinite difformità e disarmonie, ma nessun modello reggeva il confronto con quello del gioco degli scacchi. Forse, anziché scervellarsi a evocare col magro ausilio dei pezzi d’avorio visioni comunque destinate all’oblio, bastava giocare una partita secondo le regole, e contemplare ogni successivo stato della scacchiera come una delle innumerevoli forme che il sistema delle forme mette insieme e distrugge. 10

NOTE

1 I. Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino 1972, p.135

2 P. Geddes, Città in evoluzione, Milano 1970

3 R. Pavia, Le paure dell’urbanistica, costa&nolan, Genova 1996, p.18

4 R. Koolhaas, La città generica, in Domus, n° 791, marzo 1997, p.3

5 R. Koolhaas, op. cit., p.4

6 A. Clementi, Lo spazio delle infrastrutture, ed. U.Sala, Pescara 1996, p.14

7 M. Zardini, Paesaggi ibridi, ed. Skira, Milano 1996, p.22

8 C. Zucchi, Enclave: la città delle minoranze in Paesaggi ibridi, ed. Skira, Milano 1996, p.32

9 S. Boeri, Luoghi in sequenza in Paesaggi ibridi, ed. Skira, Milano 1996, p.64

10 I. Calvino, op. cit., p.128

Misura contro deformazione

CORSO DI PERFEZIONAMENTO IN TEORIE DELL’ ARCHITETTURA

Relazione :
La biologia come metafora in Architettura

 

Relatore:
Prof. Arch. Roberto Secchi

Perfezionando:
Arch. Simone Cellitti

I nuovi concetti introdotti in fisica hanno causato un mutamento profondo nella nostra visione del mondo, determinando il passaggio dalla concezione meccanicistica di Descartes e di Newton a una concezione olistica ed ecologica…tutti questi fenomeni non sono altro che sfaccettature diverse di un’unica crisi, che è essenzialmente una crisi di percezione…Oggi viviamo in un mondo che ha interconnessioni a livello globale, in cui fenomeni biologici, psicologici, sociali e ambientali sono tutti interdipendenti. Per descrivere in modo appropriato questo mondo, abbiamo bisogno di una prospettiva ecologica che la concezione del mondo cartesiana non è in grado di offrire. Ciò di cui abbiamo bisogno è, quindi, un nuovo “paradigma”, una nuova visione della realtà; un mutamento fondamentale nei nostri pensieri, percezioni e valori. 1

Introdurre con questo pensiero di F. Capra ci permette di tracciare i margini in cui è proposto questo breve saggio, che ha come obiettivo quello di cogliere la relazione fra misura e deformazione in Architettura attraverso una lettura che non abbia, nella contrapposizione antitetica fra i due termini, come risultante univoca quella in cui la forma architettonica viene assunta esclusivamente in “due modi” 2, ovvero quello apollineo dell’ordine e l’opposto dionisiaco del disordine, in cui il primo richiama le categorie dello stabile, del chiuso, del semplice, ed il secondo il mondo della mobilità, dell’apertura, della complessità. Ma, cogliendo ancora nel brano di Capra un valido supporto espressivo, dobbiamo spostare la nostra prospettiva…dalla nozione di strutture sociali statiche alla percezione di modelli di mutamento dinamici. Vista da questa prospettiva, la crisi ci appare come un aspetto di una trasformazione. I cinesi, che hanno sempre avuto una visione del mondo profondamente dinamica e un senso acuto della storia, pare siano stati ben consapevoli di questa connessione profonda fra crisi e mutamento. 3

Gli antichi filosofi cinesi credevano infatti che tutte le manifestazioni della realtà fossero generate dall’interazione dinamica fra due forze polari, che essi chiamarono yin e yang; ma anche nell’antica Grecia l’ordine del mondo era concepito attraverso figure complementari, in modo analogo ad un fuoco sempre vivo che assume le diverse configurazioni rispetto alla reciproca interazione fra tutti gli elementi che lo costituiscono.

In un’ottica del genere è la prevaricazione di un elemento sugli altri, l’annullamento dell’opposto, che costituisce una condizione di crisi rispetto ad un’equilibrio, che potremmo definire di tipo instabile. La perdita generale di armonia fra gli elementi, che costituiscono tale equilibrio, determina, parafrasando Capra, una perdita di flessibilità che conduce inevitabilmente a fenomeni di discordia e disgregazione.

All’isolamento di ogni componente, tramite un procedimento sempre più di tipo analitico, corrisponde  allora una lettura per contrapposizione che esalta il rapporto degli opposti attraverso procedure per contrasto. F. Purini sostiene, infatti,  che la scrittura architettonica moderna sembra vivere contemporaneamente di affermazioni e di negazioni. La dialettica tra chiusura e apertura, tra continuità e discontinuità, tra interezza e frammentazione, fra trasparenza e opacità domina il comporre, che vive per questo di una duplicità di registri. Tale compresenza di tensioni opposte dinamizza l’organizzazione della forma mettendone in crisi il carattere affermativo, a favore di configurazioni interiormente ed esternamente instabili, fortemente relativizzate, intrinsecamente problematiche. 4

Diversamente, i filosofi cinesi videro nella realtà  un processo di flusso e mutamento continui, in cui tutti i fenomeni che osserviamo, partecipando a questo processo cosmico,  sono  intrinsecamente dinamici. Il carattere principale del Tao è la natura ciclica del suo moto incessante; tutti gli sviluppi in natura manifestano modelli ciclici…i termini yin e yang sono divenuti recentemente molto popolari in Occidente, ma solo di rado sono usati nella nostra cultura nel senso cinese. L’uso occidentale riflette per lo più preconcetti culturali che deformano gravemente i significati originali… Nella cultura cinese yin e yang non sono mai stati associati a valori morali. Quel che è buono non è yin o yang, ma l’equilibrio dinamico fra i due; quel che è cattivo o dannoso è lo squilibrio…  5

In questo ambito potremmo dire che nessuno dei valori perseguiti dalla cultura occidentale è intrinsecamente cattivo, ma, isolandoli dai  loro opposti polari, concentrandoci sullo yang e investendolo di “virtù morale”  e potere politico (maschile, razionale, analitico), noi leggiamo il rapporto fra misura e deformazione anche in Architettura come una dicotomia legata ad una  concezione meccanicistica delle cose.

La nostra società, infatti, provenendo da una matrice culturale specifica, che dell’epoca scientifica fa la sua identità strutturante,  è dominata dal solo pensiero razionale come unico sistema di conoscenza e relazione fra le cose.

Il razionale e l’intuitivo, però,  sono modi di funzionamento complementari della mente umana. Il pensiero razionale è lineare, concentrato e analitico. Esso appartiene al regno dell’intelletto, la cui funzione è quella di discriminare, misurare e categorizzare. La conoscenza razionale tende quindi ad essere frammentata. La conoscenza intuitiva si fonda invece su un’esperienza diretta, non intellettuale, della realtà, che sorge in uno stato di coscienza dilatata. Essa tende alla sintesi, è olistica e non lineare…se si considera quest’elenco di opposti terra-cielo, luna-sole, notte-giorno, inverno-estate, umido-secco, freddo-caldo, interno-esterno, è facile vedere che la nostra società ha favorito costantemente lo yang a scapito dello yin. La conoscenza razionale rispetto alla sapienza intuitiva, la scienza rispetto alla religione, la competizione rispetto all cooperazione.  6

Sempre F. Capra facendo riferimento alla teoria dei sistemi guarda al mondo, invece, in funzione dell’interrelazione e dell’interdipendenza di tutti i fenomeni, una chiave di lettura olistica che pone le due tendenze opposte, come nel caso di misura e deformazione, in una condizione di complementarità,  dove si tende a raggiungere un equilibrio non statico  attraverso  un’interazione dinamica fra le componenti, che rende l’intero sistema flessibile e aperto al mutamento.

Del resto l’accezione comune che viene addotta ai due termini non lascia altra interpretazione ad una cultura che dal processo analitico conduce direttamente alla  frammentazione, alla logica degli opposti intesi come estremi avversi; il termine misura viene associato al concetto di rapporto fra varie grandezze, proporzione, discrezione, moderazione temperanza, la misura si manifesta soprattutto nella duplice veste dell’armonia sonora e della simmetria visibile, concetti che implicano una proporzione o relazione ordinata tra le parti di un insieme: ordine e proporzione sono belli e utili, mentre disordine e mancanza di proporzione sono brutti e inutili… 7

…Il buono è bello in quanto retto dalla giusta misura, dall’equilibrio complessivo, dalla medietà stabilita dalle esatte leggi della virtù, che è armonia: colui che agisce ingiustamente provoca una lacerazione nel tessuto vitale dell’intero universo. La virtù coincide, infatti, con l’adeguarsi alla forma razionale del mondo in cui si vive. In senso lato, bello è dunque – e ciò vale per tutta la civiltà classica, che lascia questa convinzione alle epoche successive, sin quasi alla nostra – qualsiasi atteggiamento morale in grado di ispirarsi al criterio della misura… 8

…il brutto è disordine che assume anche le vesti dell’errore e del male. Rappresenta la negazione specifica di tutti  i valori contenuti nella triade di vero, buono e bello…se, infatti, il divino è ciò che è bello , saggio, buono, allora il brutto è tutto quanto si oppone alle precedenti qualità…Ficino chiama il locus classicus de natura et origine deformitatis… 9

La deformazione  è quindi ciò che non ha o ha perduto la sua forma naturale ed è perciò sgradevole a vedersi.

E’ nella esperienza progettuale condotta da J.M.Johansen che il concetto di deformazione non assume un valore (positivo o negativo) rappresentativo di una condizione parziale, ma è l’espressione di un processo in mutazione costante.

Egli, sostenendo la  tesi di F. Capra, trasferisce nella ricerca architettonica gli stessi principi attraverso i quali approda in ambiti in cui diviene, a volte, estremamente  complesso distinguere l’apporto delle singole discipline (ed il ruolo che l’architettura stessa svolge). Il nuovo paradigma consiste in una visione della vita per sistemi che può avere grandi conseguenze in architettura. Viene definito come sistema un gruppo di elementi che lavorano insieme come un tutto unico e le cui proprietà in questa relazione sono maggiori di quelle della somma delle parti. Secondo la teoria dei sistemi, possiamo e dobbiamo esperire il mondo nella sua inseparabile interrelazione di tutti i fenomeni naturali. Questa visione del mondo è olistica ed ecologica…Sir J.Jeans ha detto dell’universo: sembra che ci stiamo muovendo verso una realtà non meccanica…Nell’industria si sta iniziando a pensare in termini di sistemi integrati di ricerca – sviluppo – management – marketing, descritti in termini biologici come  metabolismo produttivo. 10

Viene in questo modo affrontata una ricerca dal sapore umanistico, in cui ogni elemento della natura, assimilato e “metabolizzato” nel processo cognitivo, può divenire la soluzione per la soddisfazione delle necessità dell’uomo.

Si contempla anche la modalità di adattamento e regolazione dei tessuti edilizi che avviene attraverso processi molto simili a quelli auto-poietici dei sistemi viventi. Se, dunque, una diffusa letteratura urbanistica aveva parlato un ventennio fa della città come organismo vivo e crescente, fatto di una testa e di un corpo, ovvero di una serie di parti tra loro relazionate, occorre aggiornare oggi l’analogia parlando piuttosto di sistema biologico fatto di cellule e di tessuti, talora con processi necrotici e formazioni di neoplasie architettoniche in atto.

Dalle logiche di aggregazione ed organizzazione delle strutture organiche si cerca allora di comprendere quali siano le leggi relative ai processi di trasformazione e mutazione biologica che possano essere derivabili rispetto ai fenomeni di Architettura.

Si deve rivedere la nostra interpretazione degli edifici da artefatti inanimati ad animati. Le facoltà più significative di tutti i sistemi viventi sono : l’autorganizzazione, vale a dire il mantenimento della propria esistenza attraverso una continua interazione con l’ambiente e l’autoregolazione, cioè il mantenimento dell’equilibrio attraverso un costante aggiustamento all’interno del proprio sistema di auto-programmazione 11

Il modello di riferimento non pone più l’attenzione principale all’ambito morfologico, dal quale dedurre proporzioni o regole modulari in virtù di un ordine esplicito, misurabile,   ma coglie nel sistema delle relazioni intrinseche il soggetto da tradurre nella progettazione.

La simbiosi di C.Darwin ha osservato che l’esistenza delle piante e degli animali è una lotta mortale per la sopravvivenza. Lo stesso avviene nelle nostre città. New York, con il suo sovraffollamento, lotta per mantenere un equilibrio tra i campi commerciale, sociale, ed estetico…la vita è un adattamento e un equilibrio ecologico in cui tutte le specie sono interconnesse e reciprocamente dipendenti. Credo che i nostri edifici, come altri campi specializzati dell’agire umano, possano relazionarsi in un simile stato di simbiosi…Il concetto biologico di simbiosi  si applica a un tipo edilizio attualmente in via di sviluppo: l’omni-edificiio onnicomprensivo in cui ci sono continui adattamenti delle operazioni di trasporto e delle funzioni di servizio che lo rendono simile a un ecosistema vivente…si può pensare che, in qualità di “specie” più forte, gli omni-edifici prolifereranno. 12

Il nostro concetto di realtà allora si è spostato da un interesse per gli oggetti a un interesse per le relazioni. Il nostro mondo appare come un complicato tessuto di eventi, in cui le connessioni di vari tipi si alternano, si sovrappongono o si combinano determinando così la trama dell’intero e dal momento che il mondo appare non tanto una collezione di oggetti quanto una trama di eventi, ci possiamo accorgere maggiormente della bellezza degli edifici come adattamenti sempre mutevoli e reattivi alle nostre vite. 13

Possiamo leggere allora in alcuni progetti tali considerazioni che assumono esiti formali anche molto distanti fra loro, pur mantenendo una rigorosa disciplina nelle differenti esperienze, ma sempre pertinenti nello sviluppo della sperimentazione progettuale.

Da una parte individuiamo operazioni condotte attraverso una matrice di ricerca organica afferente a modelli macroscopici, come il Suny College in Old Westbury (Long Island, 1972) realizzato in collaborazione con V. Christ-Janer ed A. Kouzmanoff, dove il modello di riferimento è ancora esplicito e si riconduce facilmente alle strutture urbane d’epoca medioevale. Una sorta di collina artificiale che sviluppa tutti i suoi sistemi di relazione, fra le diverse componenti del complesso (biblioteca, ateneo, auditorium,  dormitori), attraverso una distribuzione centripeta legata al fulcro della piazza centrale, intesa come esplicita citazione dei luoghi pubblici comunali.

La deformazione che si esplica in tale contesto è più legata al processo di “migrazione” di forme da un mondo verso l’altro, attingendo quanto più possibile alle risorse dei meccanismi specifici afferenti ad un contesto e successivamente trasposti. Una sorta di rielaborazione dello spazio medioevale che, attraverso la complessa ed articolata condizione di accesso all’interno del College, ottenuta  tramite gli stretti camminamenti ed i  ponti di collegamento, viene rievocato nella memoria collettiva anche per le caratteristiche specifiche del sito. La dislocazione dei dormitori lungo i pendii della collina richiama al  principio di aggregazione spontanea attorno ad un nucleo centrale, come forma di difesa rispetto agli eventi negativi e struttura in simbiosi nelle diverse economie di scala.

Inoltre la diffusione “ramificatoria” nel territorio dell’intero sistema,  non è dissimile dai sistemi di aggregazione delle catene molecolari o trame costituenti le reti neurali, quasi a sostanziare una condizione intrinseca nei principi di conformazione degli organismi indipendentemente dai fattori di scala. Le rotazioni che i diversi corpi assumono nello spazio, poi, sembrano figurare un lento movimento che ogni singolo conduce per un miglior assestamento rispetto alle condizioni eliotermiche, quasi ad evocare una mobilità tipica delle strutture botaniche.

Sono i principi legati al concetto di flessibilità che conducono J.M.Johansen ad esperienze più estreme e distanti rispetto a quelle condotte con il Suny College, ma ritengo possano essere di valido interesse nell’ambito della traccia di studio qui affrontata.

Lo stesso architetto scrive: le ricerche nell’ambito dell’adattabilità spaziale mi hanno portato alle seguenti tre soluzioni: l’idraulica nel sistema Flexstrut; l’elettromagnetica nel progetto Metamorphic Capsule; la pneumatica nel progetto Air Quilt…ognuno di questi metodi cinetici ha implicazioni che possono mutare la loro configurazione per adattarsi a una molteplicità di funzioni. Ciascuno di essi implica inoltre una distorsione di una forma geometrica pura…tre progetti che cercano di dimostrare le possibilità estetiche e di realizzazione delle strutture adattabili con spazi interni modificabili. 14

Quando descrive i criteri alla base della Capsula Metamorfica egli sostiene che questa sarà la prima costruzione in cui forma e spazio possono essere manipolati tramite l’elettromagnetismo…le manipolazioni della capsula sarebbero possibili se questo campo fosse stabilito come un sistema di nodi attaccati ad una cornice strutturale, con nodi corrispondenti disposti sulla superficie esterna della capsula posta all’interno del campo. All’interno sarebbe necessaria una pressurizzazione continua dell’aria per mantenere invariata la forma globale della capsula…di recente si è sostenuto che possono essere registrate le onde cerebrali indicanti i vari stati d’animo della mente umana queste condizioni psichiche possono inoltre essere utilizzate per innescare effetti di modificazione di forma, spazio, luce e suoni. 15

Una deformazione dell’involucro tramite campo elettromagnetico quindi; un processo di manipolazione continua della capsula “metamorfica” che assume nella costante deformazione il parametro unico di riferimento come paradigma.

Per cogliere l’importanza di questo esperimento ritengo sia necessario accennare prima al concetto di Invarianza in Trasformazione presentato da G.C.Webster e B.C.Goodwin, che introducono il problema considerando le leggi di trasformazione di un sistema. Newton fornì una teoria che spiegava le correlazioni e consentiva tutte le forme di moto possibili per un corpo…queste comprendono un insieme chiuso di grandezza infinita, i membri del quale appartengono a classi morfologiche distinte: cerchio, ellissi, parabola, iperbole e linea retta (cioè le sezioni coniche). La scelta fra queste possibilità viene concepita specificando le condizioni iniziali; il cambiamento delle condizioni iniziali produrrà la trasformazione della forma in un altro membro dell’insieme potenziale. L’insieme definito dalla teoria newtoniana consiste quindi di forme che possono trasformarsi l’una nell’altra; l’insieme è una struttura o un insieme di trasformazioni. La meccanica newtoniana unifica così la diversità delle forme di moto, ma possiamo notare che l’identità nella diversità non è qui quella di un tema e variazioni (come nella teoria darwinista) ma invarianza in trasformazione. Nessuna delle diverse forme di moto può essere considerata originale o primitiva, e le altre secondarie o derivate…così le relazioni nascoste descritte dalle equazioni del moto sono invarianti e si riferiscono a tutte le forme di moto osservabili 16

Allora, su tali basi, è possibile osservare che: così come nessuna delle diverse forme di moto può essere considerata originale o primitiva, analogamente i processi di deformazione dell’involucro elettromagnetico Metamorphic Capsule appartengono ad una struttura in mutazione continua, che riflette tutte le infinite correlazioni possibili per un corpo, in modo da assumere come condizione unitaria la diversità delle forme di moto. Possiamo sostenere, in questo caso,  che l’invarianza in trasformazione è l’unico principio caratterizzante uno spazio così concepito, al punto tale da annullare la dicotomia fra  misura – deformazione come contrapposizione concettuale. In questa impostazione infatti qual’è la misura e quale la deformazione conseguente ai parametri “misurati” ?

Un altro riferimento a cui possiamo  rivolgere la nostra attenzione, per una migliore comprensione degli studi biomorfici in cui il principio della mutazione della configurazione di una forma geometrica pura implica una distorsione finalizzata ad un adattamento per una molteplicità di funzioni, è il concetto di Campo Morfogenetico.

Un campo è un dominio  spaziale in cui ogni parte ha uno stato determinato dallo stato delle parti vicine, in modo tale che il tutto ha una struttura relazionale specifica. Ogni perturbazione del campo (rimozione, riordinamento o aggiunta di parti) provoca il ripristino dell’ordine relazionale normale, in modo da ricostituire un disegno spaziale completo. Esso è una proprietà generale o universale dello stato vivente osservata in tutti i tipi di organismi che dipendono dalle proprietà del campo in tutti quei fenomeni legati ai processi riproduttivi e rigenerativi.

G.C.Webster e B.C.Goodwin affrontano chiaramente il tema, che successivamente verrà assunto proprio da J.M.Johansen nel progetto per Flexstrut; oggi si parla di campi morfogenetici. Un campo può essere definito come un dominio spaziale dinamicamente strutturato, che possiede la capacità di produrre strutture morfologiche e risponde in modo specifico, come complesso unificato e  auto-organizzante, a una varietà di perturbazioni, sia interne (genetiche) che esterne (ambientali). Propongo che le strutture generative degli organismi siano identificate come campi, che la costituzione genetica degli organismi sia quindi la natura strutturata dinamicamente dell’organismo stesso. 17

Nell’esperienza condotta per la progettazione del Flexstrut (1993–1994) vi è un esplicito riferimento al concetto di Campo Morfogenetico, in cui il manufatto edilizio assume tutte le prerogative dell’organismo vivente attraverso il principio della flessibilità.

Portando avanti le mie ricerche nel campo delle strutture adattabili intelligenti, ho capito che le caratteristiche più importanti non sono solo quelle legate alla cinetica, ma più specificamente quelle in grado di modificare le loro configurazioni…Flexstrut può inizialmente essere una sfera o una semisfera, in cui la logica della maglia di montanti e la disposizione dei nodi è simile alle cuciture di un pallone di calcio. Una volta definito questo schema strutturale geodetico, l’allungamento o l’accorciamento dei montanti insieme ai giunti sui nodi permetterà di fare fluttuare o ondulare la superficie della struttura 18

Dagli schizzi originali di uno dei nodi strutturali flessibili emerge la relazione con l’anatomia umana intesa come un meccanismo cinetico governato dalla struttura ossea che viene articolata dalle interrelazioni fra muscoli e tendini; la membrana di copertura assume allora il carattere mutevole della pelle che segue i rigonfiamenti muscolari rispetto alle diverse sollecitazioni.

Anche in questo caso probabilmente la misura e la deformazione appartengono ad un unico sistema, nel quale è possibile esplorare nuove concezioni spaziali in quanto la nostra nozione di spazio appare sempre più insufficiente, man mano che si estende la nostra conoscenza. 19

Ci avviciniamo, in questo modo, all’idea dello spazio unico ininterrotto, a quella che B.Goff ha definito come la tecnica del continuo-presente, consistente in una sequenza spazio-temporale priva della gerarchia di inizio, sviluppo e fine, in cui tutto ricomincia senza collocarsi nel passato o nel futuro . 20

Nella Bavinger House (1950 –1955) la spirale strutturante il progetto è la sua più simbolica incarnazione di esempio primitivo della continuità dello spazio vivente; tutto l’interno è un ininterrotto flusso di spazio dove né i rumori né il pavimento né il soffitto sono paralleli. Qui, in modo più completo che in ogni altra mia casa si esprimono architettonicamente lo stile di vita del cliente, il senso di vivere nello spazio tridimensionalmente con un arredo integrale che è parte della casa stessa, e una stretta integrazione con la natura sia dentro che fuori.  21

Spazio involucro e ambiente fusi in un unico “continuum”, Goff non “riveste” un edificio, ma fa crescere un involucro come un’incrostazione geologica attraverso un’organica esplorazione delle fibre dei materiali naturali. Si tratta per lui di una “pelle” sensibile, in cui la funzione “tetto” o “muro” è una condizione secondaria, mentre invece è primaria la dimensione essenzialista, legata all’integrazione estetica, ideativa ed ambientale. 22

…Non ci contentiamo più delle opere che suggeriscono o sembrano contenere un movimento, una dinamica, uno spazio sonoro, mentre esse stesse sono realtà statiche. Vogliamo che siano sempre più mobili, suscettibili d’evoluzione e viventi, integrate al continuum temporale…le nostre costruzioni saranno trasparenti, sfavillanti di colori e di luce… 23

Anche nel caso dell’esperienza condotta dall’olandese Kas Oosterhuis il principio compositivo è basato sulla dinamica della deformazione permanente. La trasmissione di informazioni e la conseguente determinazione delle condizioni al contorno, attraverso la progettazione di un’involucro mediatico, costituiscono le basi per la definizione di uno spazio fluido con caratteristiche  dinamiche  analogamente a quanto accade nel sistema nervoso biologico.

In Trans – Ports 2001 la configurazione volumetrica della struttura può variare in base alle dinamiche dei flussi informativi provenienti dal mondo Web. Gli interni con diverse configurazioni sono ottenibili grazie a un sistema strutturale composto da un reticolo deformabile posto all’interno della membrana protettiva

Si tratta di una struttura in grado di produrre informazione sulle attività legate al mondo del mare. Attraverso complesse connessioni multimediali con siti Web, ci si trova immersi in un ambiente di pura informazione, trasmessa grazie alla duttilità dell’ hypersurface, superfici tecnologiche assimilabili al concetto di schermo (computer e quant’altro); lo stesso assetto volumetrico è condizionato da ritmi e tensioni tradotti dalla dinamica delle informazioni e dall’intensità del flusso del suo intorno sonoro e visuale…La possibilità di manipolare il progetto direttamente nella sua configurazione spaziale, intervenendo in tempo reale sulla definizione dell’architettura, ha completamente ribaltato le relazioni simbolico-formali alla base del progetto.  24

Per quanto è stato detto, prendendo in prestito un concetto espresso da F.Purini, è allora possibile sostenere che la situazione attuale del progetto si presenta in modo fluido, sostanzialmente incerto e molteplice, un modo cangiante e inafferrabile che ha fatto nascere la metafora dello spazio liquido, un mondo di forme e di superfici sinuose e compenetrate inteso come un’entità metamorfica costantemente in movimento, un universo plasticamente continuo alternativo alle configurazioni ferme e misurabili tipiche della spazialità razionale derivata dal modello cartesiano 25

Risulta evidente che in tale contesto, se assumiamo questi principi come elementi fondativi di una ricerca compositiva, il rapporto fra misura e deformazione è regolato da una reciprocità indissolubile. Una condizione simbiotica nella quale i processi deformanti di una situazione iniziale possono essere intesi come fasi temporali di una mutazione costante, legata al processo vitale intrinseco di tutti gli organismi.

 

FOTOGRAFIE
1 / 2 / J.M.Johansen, SUNY College at Old Westbury, New York 1972

3 / 4 / 5 / J.M.Johansen, studi sulle deformazioni possibili indotte alla Capsula Metamorfica,  1991

6 /  J.M.Johansen, Flexstrut: studi sulle configurazioni mutevoli di una struttura, 1993-94

7 /  J.M.Johansen, Flexstrut: studi sui meccanismi relativi ai nodi strutturali, 1993-94

8 / 9 / B.Goff, Piante e sezione della Bavinger House, Norman 1950-55

10 /  Oosterhuis.nl, Trans_Ports 2001: progetto dell’involucro mediatico, 1999

11/  Oosterhuis.nl, Trans_Ports 2001: interni con le diverse configurazioni possibili, 1999

NOTE
1 F.Capra, Il punto di svolta, Feltrinelli, Milano 1990, pp.15-16
2 F.Purini, Comporre l’architettura, Laterza, Roma – Bari 2000, p. 76
3 F.Capra, Il punto di svolta, cit., p. 25
4 F.Purini, Comporre l’architettura, cit., p. 67
5 F.Capra, Il punto di svolta, cit., p. 33
6 F.Capra, Il punto di svolta, cit., p. 35
7 R.Bodei, Le forme del bello, il Mulino, Bologna 1995, p. 19
8 R.Bodei, Le forme del bello, cit., p. 24
9 R.Bodei, Le forme del bello, cit., p. 94
10 J.M.Johansen, Projections into the 21st Century, in “l’Arca”, n° 99, Dicembre 1995, p. 3
11 Tale autoregolazione e aggiustamento immediato assumono uno stato di “non-equilibrio” in cui gli edifici anche in futuro, come in passato, saranno sempre “al lavoro”. Questa è la stabilità dinamica dei sistemi auto-organizzanti. Cfr. J.M.Johansen, Projections into the 21st Century, cit., p. 3

12 J.M.Johansen, John M.Johansen A Life in the Continuum of Modern Architecture, l’Arca Edizioni, Milano 1995, p. 131

13 Già si parla di edifici intelligenti, che saranno auto-organizzanti e auto-regolanti, e presumiamo in essi quelle qualità finora appannaggio solo degli organismi viventi. La mia opinione è che questi elettro-edifici saranno, per loro stessa natura, organici. Cfr.  J.M.Johansen, Projections into the 21st Century, cit., p. 3

14 J.M.Johansen, Projections into the 21st Century, cit., p. 3
15 J.M.Johansen, John M.Johansen A Life in the Continuum of Modern Architecture, cit., p. 144
16 Per una migliore introduzione al concetto di  invarianza in trasfomazione è utile far riferimento al nuovo strutturalismo espresso da  G.C.Webster e B.C.Goodwin, in cui si sostiene che i fenomeni non possono essere compresi in termini di parti o individui ”elementari” (rifiutando così la microspiegazione atomistica) e delle loro interazioni perché, almeno per certi aspetti, le “nature” degli individui (e quindi alcuni dei tipi di relazioni a cui essi partecipano) sono funzioni delle relazioni che già esistono nella struttura; le “parti elementari”  perciò non possono essere definite in modo soddisfacente indipendentemente dalla struttura in cui esse sono pur sempre già situate, poiché le loro “nature” sono costituite sia “intrinsecamente” che “estrinsecamente”. Lo strutturalismo quindi dà importanza all’interezza e favorisce le macrospiegazioni.

In questa lettura gli elementi  di una struttura sono subordinati, per ciò che riguarda alcune o tutte le loro proprietà, alle leggi della struttura, ed è nei termini di queste leggi che una struttura viene definita. La trasformazione di un sistema, o tutt’uno, è vincolata e governata da leggi; non tutto è possibile, e l’effetto delle leggi,  sia esso volto a mantenere o a mutare, non darà mai risultati esterni al sistema, e non impiegherà mai elementi ad esso esterni. In altre parole il sistema si auto-regola, e l’insieme delle trasformazioni è un insieme logicamente chiuso, sebbene non necessariamente finito: una struttura è un sistema chiuso in trasformazione .

In tale contesto il ciclo vitale dell’organismo deve quindi essere concepito come dotato di forma; esso consiste di una successione di trasformazioni disposte in una sequenza organizzata e razionale.

G.C.Webster , B.C.Goodwin, Il problema della forma in biologia, Armando Editore, Roma 1988, pp. 69-73

17 G.C.Webster , B.C.Goodwin, Il problema della forma in biologia, cit., p. 63
18 la lunghezza di ciascun montante sarà regolata da un cavo o da un manicotto attivato da una forza idraulica…quando è in corso la deformazione, i vari motori o pistoni sono innescati da impulsi elettrici che dovranno necessariamente essere inviati a tutti i motori della struttura poiché la modifica di un punto determina la modifica di tutti gli altri. Gli impulsi verranno poi coordinati, messi in interrelazione e interazione, e non saranno rilasciati individualmente ma nell’ambito dello schema globale. Schemi di comando più grandi, con alcune direttive programmate, daranno luogo a qualsiasi configurazione desiderata.

Per proteggere questa struttura dalle intemperie si ricorrerà ad una membrana molto flessibile…una membrana plastica goffrata con una espansibilità del 30% può adeguarsi ai limite di espansione progettati…dovrà essere sbalzata in modo da potersi spiegare e ripiegare nelle tre direzioni, come possedesse una sua memoria…le tipologie edilizie che possono richiedere una simile adattabilità possono essere luoghi dove si ha bisogno di poter ospitare più spettacoli, con diverse soluzioni per la disposizione dei posti a sedere

JJ.M.Johansen, John M.Johansen A Life in the Continuum of Modern Architecture, cit., pp. 148-150

19 B.Goff citato in R.Fiocchetto, B.Goff 1904 – 1982, Officina Edizioni, Roma 1990, p.11
20 B.Goff citato in R.Fiocchetto, B.Goff 1904 – 1982, cit., p.11
21 B.Goff citato in R.Fiocchetto, B.Goff 1904 – 1982, cit., p.62
22 R.Fiocchetto, B.Goff 1904 – 1982, cit., p.11
23 B.Goff citato in R.Fiocchetto, B.Goff 1904 – 1982, cit., p.11
24 Il soggetto dell’architettura non è più lo spazio, ma la superficie che, a sua volta, produce percezioni tridimensionali e quindi lo spazio da reale diviene proiezione mentale. Le diverse configurazioni sono ottenibili grazie ad un sistema strutturale composto da un reticolo deformabile posto all’interno della membrana protettiva che interagisce con gli stimoli psicosensoriali dell’utente.

Cfr. C.Paganelli, Icone cyber, in “l’Arca”, n° 148, Maggio 2000, pp.16-21

25 F.Purini, Comporre l’architettura, cit., p. 21

 

BIBLIOGRAFIA
F.Capra, Il punto di svolta, Feltrinelli, Milano 1990

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J.M.Johansen, John M.Johansen A Life in the Continuum of Modern Architecture,

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J.M.Johansen, Projections into the 21st Century, in “l’Arca”, n° 99, Dicembre 1995, pp.2-9

C.Paganelli, Icone cyber, in “l’Arca”, n° 148, Maggio 2000, pp.16-21

AA.VV., De Vulgari Architettura, Officina Edizioni, Roma 2000