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23 febbraio 2016

Cibo è cultura: la coniugazione perfetta di arte, design e food

Intervista per Casato Filo della Rosa

Casato filo della RosaQuando abbiamo cambiato l’aspetto grafico del blog, in molti ci avete fatto i complimenti, e questo mi ha fatto pensare che fosse giunto il momento di presentarvi chi si è occupato della grafica del nostro logo, questa rosa rossa che si srotola come un gomitolo.

Attivo dal 1998 Pentastudio è costituito da un affiatato gruppo di professionisti che ha sviluppato in questi anni un esperto team di progettazione la cui ricerca è finalizzata alla definizione di una qualità globale in architettura, approfondendo da un lato l’iter progettuale e le tecniche costruttive, dall’altro il controllo dei costi, l’analisi e la gestione della qualità della realizzazione.  Atelier di Architettura, Studio professionale, Engineering, Forniture Design, Exhibition Design…ad ogni definizione corrisponde un’azione concreta di Pentastudio che, attraverso le due sedi di Roma e New York, si presenta più come un sistema organico nei diversi mondi dell’architettura piuttosto che nella visione univoca di una dimensione specifica. Si occupa di progettazione architettonica alle diverse scale, dall’industrial design alla pianificazione territoriale, anche grazie alla sinergia attivata dalle precedenti esperienze condotte dai fondatori nei diversi ambiti dell’architettura.
Dal 2002 vengono attivate diverse sinergie con imprese (società con esperienze significative nel campo dell’ingegneria edile ed impiantistica) altamente specializzate che collaborano stabilmente con il gruppo in modo da rispondere in maniera completa a tutti i servizi di architettura. Secondo questo progetto nasce nel 2008 Pentastudio engineering che proietta le sue attenzioni sul mercato dell’interior design di alta qualità attraverso l’impiego di fattori di comfort ambientale (dalla domotica all’informatizzazione dei sistemi domestici) e principi basati sulla sostenibilità.

Nel 2011 le indagini nel campo dell’industrial design favoriscono la nascita di una terza struttura, Pentastudio design, con la finalità di progettare, sviluppare e promuovere (attraverso la configurazione di eventi ed happening di marketing mirati) prototipi e sistemi architecnologici in collaborazione stretta con Aziende partner come Acheo e Deltalight, per le quali vengono sostenute iniziative di progettazione e comunicazione anche attraverso la nascita del conceptstore, showroom (ubicato a Roma in via Gregorio VII)direttamente gestito da Pentastudio ed inteso come esposizione permanente dei prototipi.

Oltre alla sede di Roma Pentastudio, in una logica di project corporate si esprime anche attraverso le realtà di New York (USA), coordinata dall’Architetto A.Winters, e di Tivat (Montenegro) attraverso l’Architetto T. Suhih in qualità di Project Manager. Nel 2014, in coerenza con il processo di internazionalizzazione, nasce presso la stessa struttura di Roma la sede diRMJM italia che si configura come una nuova realtà professionale all’interno del sistema globale RMJM architecture in qualità di sua rappresentante legale.

Abbiamo intervistato Simone Cellitti, architetto e responsabile interior design, industrial design e comunicazione.

Ciao Simone, parliamo con te dell’interazione tra cibo e design.
D. Il food diventa sempre più centrale nella cultura, creando connessioni con l’arte, il design, cinema, fotografia.

Sempre più spesso gli chef stellati abbinano l’alta cucina e le proprie creazioni a pezzi unici adattati anche alle esigenze dell’impiattamento.

Mi viene in mente ad esempio il nuovo Alice a Eataly Smeraldo, dove Viviana Varese ha voluto i tavoli firmati Riva 1920 in legno massello di briccola, pali recuperati dalla laguna di Venezia o realizzati in kauri millenario proveniente dalla Nuova Zelanda, disegnati da Renzo e Matteo Piano. Le sedie Tulip di Knoll del designer Eero Saarinen. L’intero ambiente è illuminato da luci Iguzzini, costruite principalmente con alluminio riciclato e materiale plastico, le parti sono facilmente separabili e consentono una riciclabilità pari al 99%. Alle posate di Giò Ponti si affiancano le ceramiche disegnate dalla Chef e create artigianalmente per Alice Ristorante. La cucina a vista è un pezzo unico prodotto a mano da Molteni. Le sculture sui tavoli sono frutto della fantasia di Enrico Paolucci.

Ti è capitato di creare progetti architettonici o di design per chef famosi, o con chi ti piacerebbe collaborare?

R. La relazione fra cibo e forme espressive è da sempre una dimensione consapevole nella cultura dell’uomo. La citazione “mangiare con gli occhi” è una delle descrizioni intrinseche più significative in tal senso. Oggi, forse, questo aspetto ha assunto un ruolo più consapevole soprattutto in contesti ludici dedicati anche al grande pubblico, a differenza dell’èlite aristocratica che nel passato godeva delle abili ricerche artistico-gastronomiche come le fantastiche presentazioni dello Chef Francois Vatel.  Noi, come Studio di Architettura, abbiamo avuto la fortuna di condurre diverse esperienze con gli Chef, anche in contesti molto differenti fra loro. Da una parte sono state sviluppate iniziative di showcooking con lo Chef Alberto Colacchio (ospite in molte trasmissioni culinarie di Antonella Clerici) nel nostro conceptstore, che prevede per determinati happening  l’utilizzo di una cucina funzionante, e dall’altra abbiamo avuto modo di confrontarci anche con le esigenze di cucine professionali per locali da ristorazione progettati da noi (molto differenti rispetto alle esigenze di una cucina privata). Inoltre progettare modelli di cucina dedicate all’industrial design per Aziende come Acheo ci potrebbe aver introdotto indirettamente nelle case di molti altri Chef che non abbiamo ancora avuto modo di conoscere di persona, ma speriamo di raggiungere presto…

 

D. Il tuo studio è particolarmente interessato alla gastronomia, con una zona dello showroom dedicata agli showcooking e un progetto molto stimolante che si chiama “Foodesign”.

Quanto conta per te ‘aspetto estetico di una pietanza? 

Trovi che l’ atto creativo nel tuo lavoro e quello in cucina, così come il momento progettuale abbiano punti in comune?

R. Oggi tutti parlano di Food & Design. Noi abbiamo coniato diversi anni fa il neologismo foodesign  riassumendo con questo termine una filosofia di continuità fra i due mondi, che danno conferme positive  alla tua domanda. La componente estetica, secondo me, deve rispondere alle aspettative del piatto. L’acquolina che pregustiamo osservando un bel piatto è il riflesso dell’attesa che riscontriamo anche nella realizzazione di un progetto da tempo desiderato e, quindi, pregustato. Possiamo dire, in questo senso, che il design ha un suo gusto. Come i colori, i materiali, trasmettono una relazione percettiva dello spazio nella nostra mente anche i piatti osservano gli stessi criteri di valorizzazione del contenuto attraverso la loro presentazione.

L’atto creativo, quindi, risponde in modo diretto sia al food che al design. Solo la separazione dei campi di applicazione distingue le modalità di esercizio. In entrambi ci deve essere ricerca, competenza, capacità espressiva e valorizzazione degli elementi che configurano un prodotto finale, attraverso una miscela chiamata da molti creatività.

I punti in comune sono infiniti ed i test in questa direzione molto stimolanti.

Una volta, con lo Chef Colacchio, abbiamo presentato ad un pubblico di ristoratori stranieri una Ricciola secondo la reinterpretazione della triade Vitruvianaper l’architettura: forma – funzione – struttura. Il pesce è stato cucinato secondo queste tre declinazioni associando alle stesse l’immagine di un locale. Fu un esperimento molto interessante.

 

D. Nell’ambito di Expo 2015 immagino che siano moltissimi gli stimoli e le possibilità di creare nuovi progetti di design, nello specifico legati al food, ma anche alla sostenibilità, all’uso di materiali sostenibili, riciclabili e riutilizzabili.

Il tuo studio ha in programma la partecipazione in Expo?

R. Stiamo sviluppando una serie di iniziative molto interessanti anche in questa direzione.

Insieme ad Acheo ed alla rivista Babylon sono in fase di programmazione eventi ed exhibition room presso lo Showroom di Acheo a Milano, in zona Brera, proprio in occasione dell’Expo 2015. Saranno coinvolti Chef importanti, attraverso iniziative orientate sulla cultura del rapporto fra food e design, dove siamo interessati sia come curatori degli allestimenti che come Art Director insieme alla nostra amica milanese Architetto Silvia Monaco.

 

D. Infine, cosa ne pensi del progetto del Refettorio ambrosiano che nasce dalle intuizioni dello chef  Massimo Bottura e del regista Davide Rampello, per tradurre in concreto questa originale idea di solidarietà alla quale si sono unite le eccellenze dell’arte, della cultura e della cucina?

Il Refettorio Ambrosiano vedrà in azione il Politecnico di Milano che curerà la ristrutturazione. Gli ambienti saranno impreziositi da opere d’arte create per l’occasione da alcuni dei principali artisti contemporanei: Enzo Cucchi, CarloBenvenuto, Maurizio Nannucci, Mimmo Paladino, Giuseppe Penone, oltre a grandi nomi dell’Alta cucina, come Ducasse e Bottura stesso.

Pensi che una cosa simile sarebbe attuabile/ proponibile anche a Roma?

R. Le iniziative di cooperazione interdisciplinari sono la linfa vitale della ricerca e dell’esperienza emozionale. L’arricchimento avviene attraverso il reciproco scambio e quindi dovrebbe essere sempre auspicabile un’esperienza simile. Roma, poi, avrebbe tutti i requisiti culturali e logistici per favorire modelli analoghi, se non unici nel suo genere. Ho sempre immaginato la possibilità di coniugare arte, design e food all’interno di eventi tematici dedicati ad un pubblico generico e non elitario. Il cibo è per sua vocazione tema di grande diffusione, dai valori nutrizionali a quelli dedicati al gusto si rivolge fisiologicamente a tutte le persone. L’arte ed il design, invece, rischiano di essere confinate ancora oggi in contesti sostanzialmente elitari o circoscritti. Non è possibile favorire una cultura di massa, perché anche nel cibo esistono le stesse derive. Ma è certamente augurabile avvicinare le persone ad alcuni principi, secondo approcci ludico-culturali, immediati che favoriscono l’apertura verso un nuovo modo di vedere le cose (anche e soprattutto ordinarie). Credo che Steve Jobs, per fare un parallelo, abbia cercato di offrire proprio questo messaggio. Non esistono confini fra tecnologia e design. Entrambe possono contribuire alla nascita di un prodotto unico. Lo stesso discorso possiamo farlo attraverso il cibo, l’arte ed il design.

Grazie a Simone e a tutto Pentastudio per l’aiuto e il sostegno.

 

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